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giovedì 13 agosto 2026

Il Busto di Antonio DE LEO a Bagnara - Opera di Francesco Jerace

 🏛️ Memoria, Arte e Territorio: Il Busto di Antonio De Leo a Bagnara Calabra (e il Tocco Inconfondibile di Polistena)

Sulle pagine di Polistena Vintage amiamo raccontare le storie, i personaggi e le opere d'arte che intessono la memoria storica della nostra Calabria. Oggi facciamo un piccolo viaggio verso il mare, a Bagnara Calabra, per riscoprire un monumento straordinario che racchiude in sé visione politica, amore per la propria terra e l'eccellenza scultorea della nostra tradizione.

Nel cuore pulsante di Piazza del Popolo, a Bagnara, si erge il magnifico busto marmoreo dedicato ad Antonio De Leo, una delle figure più illuminate e rappresentative del panorama istituzionale e sociale calabrese a cavallo tra il XIX e il XX secolo.



📜 Chi era Antonio De Leo: Una Vita per il Progresso

Uomo di raffinata cultura, amministratore integerrimo e Deputato del Regno d'Italia, Antonio De Leo è stato un vero e proprio motore di sviluppo per la sua comunità e per l'intera provincia di Reggio Calabria.

La sua azione politica non si è mai limitata ai palazzi del potere, ma si è tradotta in opere concrete per il territorio:

  • Infrastrutture e Sviluppo: Fu tra i più accaniti sostenitori e promotori di opere pubbliche, collegamenti viari e ferroviari fondamentali per riscattare l'economia locale e rompere l'isolamento geografico.

  • Impegno Sociale: Dedicò la sua vita alla crescita culturale e civile della cittadinanza, facendosi portavoce attento ed energico delle istanze del popolo calabrese in Parlamento.

🎨 Il Legame con Polistena: La Mano Maestro di Francesco Jerace

Ma c'è un motivo del tutto speciale per cui questo monumento ci sta particolarmente a cuore qui su Polistena Vintage.

A rendere eterno il ricordo di Antonio De Leo è stato infatti Francesco Jerace (1853–1937), orgoglio e figura simbolo dell'arte polistenese nel mondo. Tra i massimi protagonisti della scultura italiana tra Ottocento e Novecento, Jerace ha impresso nel marmo non solo i tratti somatici del De Leo, ma la sua stessa anima.

L'opera, caratterizzata da una resa plastica straordinariamente raffinata e da una profonda intensità espressiva, restituisce con maestria la nobiltà d'animo, la solennità e il carattere saldo del celebre statista.

Vedere la firma artistica della scuola polistenese ergersi con tanta eleganza in una piazza storica di Bagnara è la conferma di quanto l'arte della nostra città abbia contribuito ad scolpire l'identità visiva dell'intera Regione.

🤍 Un'Eredità da Custodire e Tramandare

Passeggiando oggi in Piazza del Popolo a Bagnara Calabra, sostare davanti al busto di Antonio De Leo significa fare un salto indietro nel tempo e rendere omaggio a una stagione di grandi speranze e fervore costruttivo.

Monumenti come questo sono preziosi guardiani della memoria collettiva: ci ricordano da dove veniamo e ci insegnano l'importanza di valorizzare le figure che hanno speso la propria vita per il bene comune.

Un patrimonio d'arte, storia e passione civile che abbiamo il dovere di conoscere, preservare e raccontare alle future generazioni.


@ Carmelo PULEIO

lunedì 16 marzo 2026

Quando l’arte incontra la memoria: il nuovo Cristo Risorto alla Chiesa del Rosario - Opera di Gabriele SPANO'

 Quando l’arte incontra la memoria: il nuovo Cristo Risorto alla Chiesa del Rosario

A Polistena la fede e la memoria della comunità si intrecciano spesso con l’arte. È accaduto ancora una volta nei giorni scorsi, quando la Parrocchia del Rosario ha accolto una nuova opera destinata a entrare nella vita spirituale della città: la statua del Cristo Risorto realizzata dall’artista polistenese Gabriele Spanò.



L’opera è stata presentata e consegnata ufficialmente alla comunità durante una celebrazione dal titolo suggestivo “Lumen ex morte – La luce della Pasqua nella nuova statua del Risorto”, che ha riunito numerosi fedeli e cittadini nella Chiesa Maria SS. del Rosario di Polistena, uno dei luoghi più cari alla devozione popolare della città.

Alla celebrazione hanno preso parte il vescovo della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, mons. Giuseppe Alberti, il parroco sac. Fortunato Sciglitano e tanti fedeli che hanno voluto essere presenti a questo momento che unisce fede, arte e identità locale.



Un dono che nasce dalla memoria familiare

Nel solco della tradizione polistenese, dove spesso la devozione personale diventa patrimonio collettivo, la statua del Cristo Risorto nasce anche da una storia familiare.

L’artista ha infatti voluto dedicare l’opera alla memoria della propria nonna materna, Rosa Nasso, figura molto amata nella sua famiglia. Un gesto intimo e profondo che si trasforma così in un dono alla comunità, perché la statua è stata donata alla parrocchia per volontà dello stesso autore.



Non è raro, nella storia di Polistena, che opere sacre nascano proprio da questo intreccio tra fede personale e amore per la propria chiesa. Ed è proprio questa dimensione che rende l’arte sacra parte viva della memoria cittadina.

Una statua tra tradizione e tecnica artistica

La nuova statua del Cristo Risorto colpisce per la sua presenza scenica. Alta circa due metri, si inserisce armoniosamente nello spazio liturgico della chiesa.

L’opera è stata realizzata con una tecnica mista, che richiama antiche tradizioni artigianali del Sud Italia:

  • volto, mani e piedi sono modellati in terracotta,

  • mentre il resto del corpo è realizzato in cartapesta leccese, materiale da sempre utilizzato nell’arte sacra meridionale per la sua leggerezza e duttilità.

Il Cristo è rappresentato in posizione eretta, con una postura solenne e dinamica, segno della vittoria sulla morte e della resurrezione.

Nella mano sinistra regge una croce, simbolo universale della redenzione. Il colore nero della croce richiama simbolicamente l’abito dei frati dell’Ordine dei Predicatori, i Domenicani, la cui spiritualità è storicamente legata alla devozione del Rosario.

I segni simbolici della fede

L’opera di Spanò è ricca di dettagli simbolici che raccontano la tradizione cristiana.

Sul lato superiore sinistro del corpo è visibile una piaga a forma di pesce, antico simbolo dei primi cristiani. Il pesce richiama infatti la parola greca Ichthys, acronimo di Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore, utilizzato dai cristiani nei primi secoli come segno di riconoscimento durante le persecuzioni romane.

Il braccio destro del Cristo è invece proteso verso l’esterno nel gesto della benedizione, come a voler abbracciare simbolicamente l’intera comunità.

Particolare attenzione è stata dedicata anche allo sguardo della statua: gli occhi, realizzati in vetro e di colore verde, si ispirano allo sguardo di Cristo così come descritto nelle esperienze spirituali della mistica calabrese Natuzza Evolo, figura molto venerata nella spiritualità della regione.

Un’opera che entra nella storia della parrocchia

La statua sarà custodita e conservata nei locali della parrocchia e entrerà a far parte delle iniziative artistiche e culturali promosse dalla comunità della Chiesa del Rosario.

Per chi segue la storia e la memoria di Polistena, questi momenti rappresentano piccoli tasselli della vita cittadina: opere, gesti di devozione, celebrazioni che con il tempo diventano parte del racconto collettivo della città.

Così, accanto alle tradizioni religiose che da secoli scandiscono il calendario della comunità, anche questa nuova statua del Cristo Risorto si prepara a diventare un segno della fede e dell’identità polistenese, destinato a essere ricordato negli anni a venire.

Un’opera che nasce da un legame familiare, cresce nella devozione e trova casa nella chiesa del Rosario: un altro frammento di storia che si aggiunge alla memoria viva di Polistena. ✨

@ Carmelo PULEIO 

lunedì 5 gennaio 2026

Francesco Jerace e le ombre dell’Ex Cimitero degli Inglesi di Napoli

 Francesco Jerace e le ombre dell’Ex Cimitero degli Inglesi di Napoli

«Credete di conoscere la vita.

Forse, in realtà, state solo guardando le pareti della tinozza».


I versi di Spoon River sembrano risuonare con forza tra i viali dell’ex Cimitero degli Inglesi di Napoli, oggi giardino pubblico incastonato tra i palazzi del Borgo Sant’Antonio Abate. Un luogo che non è soltanto spazio urbano recuperato, ma strato profondo di memoria, dove arte, morte e storia continuano a dialogare sottovoce.




Nato nel 1826 come cimitero acattolico per la numerosa comunità britannica residente in città, il sepolcreto di Santa Maria della Fede fu pensato come un hortus conclusus: uno spazio chiuso, ordinato, quasi sospeso, lontano dal caos della Napoli ottocentesca. Qui trovarono sepoltura nobili, scienziati, artisti e viaggiatori stranieri che avevano scelto il capoluogo partenopeo come ultima dimora.
Tra le lapidi e i monumenti funerari — molti dei quali oggi perduti — emerge una presenza fondamentale: Francesco Jerace.


Jerace: la scultura come memoria civile


Scultore calabrese, della sua amatissima POLISTENA (RC) di fama internazionale, Jerace fu uno dei protagonisti della scultura tra Otto e Novecento. Nel Cimitero degli Inglesi la sua mano lascia una traccia decisiva, soprattutto nel monumento funerario dedicato a Mary Somerville, matematica e astronoma scozzese, figura chiave della scienza moderna.
La statua, realizzata nel 1876, colpisce per la sua sobria monumentalità: Somerville è raffigurata a grandezza naturale, composta, pensosa, lontana da ogni retorica celebrativa. Jerace rinuncia all’enfasi per restituire dignità intellettuale, silenziosa grandezza. Non è un caso che proprio questa scultura sia una delle poche sopravvissute alle devastazioni successive: collocata in posizione sopraelevata, è sfuggita ai saccheggi e all’abbandono che hanno cancellato gran parte del sepolcreto.
In quel marmo, Jerace non celebra solo una scienziata, ma l’idea stessa di conoscenza, rendendo la tomba un monumento alla ragione, alla ricerca, alla libertà di pensiero — valori profondamente legati alla comunità protestante e straniera di Napoli.
Un cimitero divorato dalla città
Chiuso definitivamente nel 1893, con l’apertura del nuovo Cimitero degli Inglesi alla Doganella, quello di Santa Maria della Fede venne progressivamente inghiottito dallo sviluppo urbano. Il Risanamento, le ruspe, i palazzi popolari: delle oltre 250 tombe originarie ne rimasero appena nove. Il resto fu distrutto, rubato, smembrato.
Il destino del luogo ha assunto i contorni di una vera e propria maledizione urbana: monumenti vandalizzati, statue mutilate, sepolcri trasformati in depositi di attrezzi. Un’agonia lunga decenni, fino alla recente riapertura dell’area come giardino pubblico.
Eppure, tra il verde ordinato e i giochi per bambini, le ombre restano.
Jerace come ultimo testimone
Oggi, passeggiando nel parco, il monumento di Mary Somerville appare come una sentinella del tempo. È una delle poche voci rimaste a raccontare cosa fosse davvero questo luogo: non un semplice cimitero, ma un crocevia internazionale di storie, saperi, esistenze fuori norma.
In questo senso, Francesco Jerace diventa qualcosa di più di uno scultore: è un custode involontario della memoria, l’artista che — forse senza saperlo — ha consegnato al futuro una traccia resistente, capace di sopravvivere all’incuria e alla violenza della città moderna.
A Napoli, il passato non smette mai di parlare. Basta fermarsi, guardare meglio, e ascoltare.

@ Carmelo PULEIO


giovedì 11 dicembre 2025

Volto di donna - formella in bronzo - Giuseppe RENDA

 Il fascino senza tempo del “Volto di donna” di Giuseppe Renda

Una formella in bronzo che racconta la grazia femminile tra Ottocento e Novecento

Nel panorama della scultura italiana tra fine Ottocento e inizi Novecento, la figura di Giuseppe Renda rappresenta una voce raffinata, capace di unire sensibilità naturalistica e gusto decorativo. Una testimonianza significativa di questa poetica è la formella in bronzo a patina scura intitolata “Volto di donna”, un’opera che si distingue per eleganza e qualità esecutiva.




Una tecnica antica per una bellezza moderna

La formella, dalle dimensioni di 35 × 32 cm, è realizzata con la tecnica della fusione a cera persa, uno dei metodi più antichi e pregiati nella lavorazione del bronzo. Questa tecnica permette una definizione estremamente fine dei dettagli, dando vita a superfici morbide e passaggi tonali profondi, enfatizzati dalla patina scura scelta dall’artista.

Il rilievo raffigura una figura muliebre, un volto di donna che emerge con delicatezza dalla lastra metallica. Il modellato è morbido, quasi tattile: le linee del profilo, la curva del collo, l’espressione assorta, compongono un ritratto idealizzato ma al tempo stesso intensamente umano.




Tra Ottocento e Novecento: un gusto in trasformazione

L’opera si colloca in un periodo storico caratterizzato da un interessante dialogo tra classicismo e modernità. La scultura decorativa viveva una nuova fortuna, trovando spazio nelle case borghesi, nei salotti e negli studi. In questo contesto, opere come il Volto di donna di Renda erano apprezzate sia come oggetti d’arte sia come elementi d’arredo raffinati.

Il linguaggio dell’artista rispecchia proprio questo clima culturale: da un lato richiama la tradizione del ritratto idealizzato, dall’altro si percepisce una ricerca più moderna, che punta alla resa psicologica e all’armonia delle forme.

La firma dell’artista come garanzia di autenticità

La formella è firmata, un dettaglio importante che ne sottolinea la paternità certa e ne accresce il valore collezionistico. Renda dimostra qui la sua abilità non solo tecnica, ma anche stilistica: ogni elemento è calibrato, dalla profondità del rilievo alla scelta della patina, creando un insieme equilibrato e armonioso.

Perché quest’opera affascina ancora oggi

Il Volto di donna è un’opera che parla un linguaggio universale: la bellezza. Non una bellezza stereotipata, ma una bellezza silenziosa, dignitosa, scolpita nel bronzo con una sensibilità quasi pittorica.
La sua forza sta proprio nella capacità di unire:

  • tradizione artigianale e sensibilità moderna;

  • matericità del bronzo e delicatezza del soggetto;

  • valore storico e immediata piacevolezza estetica.

Oggetti come questo non sono solo reperti d’epoca, ma frammenti di un gusto e di un modo di guardare il mondo: testimonianze preziose di un’arte che non teme il trascorrere del tempo.

@ Carmelo PULEIO









lunedì 10 novembre 2025

Il “Ritratto di Emilia Titoni” (1869) di Vincenzo Morani

Il “Ritratto di Emilia Titoni” (1869) di Vincenzo Morani: eleganza borghese e introspezione psicologica nella pittura postunitaria

Il Ritratto di Emilia Titoni (1869) costituisce una delle prove più raffinate del pittore Vincenzo Morani (Polistena, 1809 – Roma, 1870), artista calabrese formatosi nell’ambiente accademico napoletano e successivamente attivo nella capitale pontificia. Figura ancora oggi poco studiata, Morani seppe distinguersi nel panorama ottocentesco per la sua aderenza al realismo accademico mitigato da una sensibilità intimista, particolarmente evidente nella sua produzione ritrattistica.



L’opera raffigura una giovane donna, Emilia Titoni, ritratta con compostezza e grazia, mentre regge un mazzo di fiori — elemento iconografico che, nel linguaggio simbolico del tempo, allude alla purezza, alla delicatezza e alla transitorietà della giovinezza. La resa luminosa e l’attenzione minuziosa ai dettagli dell’abito e dell’incarnato rivelano la volontà dell’artista di coniugare fedeltà fisionomica e ideale di decoro borghese.

Su Emilia Titoni non esistono dati biografici certi: è verosimile che appartenesse a un ambiente borghese o aristocratico romano o napoletano, e che il ritratto fosse una commissione privata destinata alla memoria familiare. Tale pratica era consueta nella seconda metà dell’Ottocento, quando il ritratto pittorico, pur insidiato dalla nascente fotografia, manteneva un ruolo di rappresentanza e di distinzione sociale.

In un’Italia da poco unificata, segnata da mutamenti politici e da un rinnovato interesse per la costruzione di identità nazionali e familiari, il ritratto femminile assumeva anche un valore ideologico e morale: incarnava l’ideale domestico della donna virtuosa, educata e devota, pilastro dell’ordine sociale. Morani interpreta questi modelli con una sensibilità pittorica discreta ma penetrante, restituendo una figura che, pur radicata nella convenzione, lascia emergere un’intima dimensione psicologica.

Il Ritratto di Emilia Titoni si configura dunque come un documento estetico e sociale di grande interesse, nel quale si riflettono non solo le doti tecniche del pittore, ma anche le tensioni culturali dell’Italia postunitaria, sospesa tra modernità e tradizione.

@ Carmelo PULEIO 


martedì 4 novembre 2025

Ritratto di Gentildonna - Contessa Marianna De Marinis 1924 - Vincenzo MORANI

 ritratto di gentildonna

La Guerrieri cita genericamente i dipinti del Morani indicando l'acquisizione con il legato della contessa Marianna De Marinis (1924) comprendente anche circa 2000 volumi appartenenti al padre della donatrice, Cav. Alessandro, e al fratello. Presidente Donatantonio. Al legato De Marinis, oltre ad altri ritratti di famiglia; fal legato faceva anche parte un altro quadro del Morani, ora nello studio della Direttore della Biblioteca La contessa Marianna De Marinis (cognome da nubile De Fusco) è morta il 9 febbraio 1924 ed è nota per il suo impegno sociale e caritatevole a Pompei. Fu la moglie di Bartolo Longo, con cui condivideva la missione di aiutare il prossimo e fece parte del Terzo Ordine del Sacro Cuore. Nel 1924, dopo la sua morte, si svolsero le onoranze funebri e fu pronunciato un discorso in sua memoria da parte di Mons. Edoardo Alberto Fabozzi, che ne evidenziò il ruolo di "strumento nelle mani di Dio" per opere di grande importanza.


La studiosa Guerrieri menziona i dipinti di Morani solo in modo generico, ricordando che entrarono nelle collezioni grazie al legato della contessa Marianna De Marinis, datato 1924. La donazione comprendeva non solo le opere pittoriche, ma anche un ricco fondo librario di circa duemila volumi appartenuti al padre della contessa, il cavaliere Alessandro, e al fratello. All’epoca della donazione, la presidenza era affidata a Donatantonio.

Oltre ai ritratti di famiglia, il legato De Marinis includeva anche un altro dipinto di Morani, oggi conservato nello studio della Direttrice della Biblioteca.

Dati essenziali (catalogici). Opera attribuita a Vincenzo Morani, firmata e datata in basso a sinistra “V. Morani / 8bre 1859”; tecnica: olio su tela; inventario del Palazzo Reale di Napoli (inv. 617 b.n.). La scheda catalografica riporta l’acquisizione fra le opere entrate con il legato della contessa Marianna De Marinis (1924).

Davanti a noi si staglia la figura di una «gentildonna»: un ritratto che, pur nella compostezza tipica dell’Ottocento accademico, suggerisce delicatezza e misura. Morani, ritrattista esperto, prediligeva una resa pulita del volto — linee morbide e un carico cromatico attento al naturale — quindi ci si può aspettare un volto reso con cura del colorito e dei chiaro-scuri, enfatizzati da un fondo scuro che mette in risalto il volto e la fisionomia della donna. Il formato e la presenza della firma datata («8bre 1859») raccontano anche la cura documentaria dell’artista nel datare i propri ritratti, pratica non rara fra i ritrattisti accademici dell’epoca.

Il volto e l’espressione

Il volto — probabilmente rappresentato a mezza figura o mezzo busto, secondo l’uso ritrattistico dell’autore — trasmette una compostezza riservata piuttosto che un atteggiamento fortemente psicologizzato. L’attenzione al modellato della pelle, alla delicatezza delle linee del naso e della bocca e alla resa degli occhi erano elementi qualificanti nei ritratti di Morani; per questo motivo lo sguardo della sitter appare sia attento che misurato, invitando lo spettatore a una lettura di elegante discrezione.

Abito, gioielli e cornice sociale (interpretazione)

Anche se la documentazione disponibile non sempre descrive dettagli puntuali di stoffe e ornamenti per questo specifico dipinto, i «ritratti di gentildonna» ottocenteschi sono solitamente pensati per comunicare rango e gusto attraverso il taglio dell’abito, pizzi, piccoli gioielli e un’impostazione composta della mano — elementi che qui vanno intesi come probabili segnali dell’appartenenza sociale della donna ritratta (e coerenti con la provenienza da una famiglia nobiliare come i De Marinis). Questa lettura è coerente con la funzione dei ritratti di famiglia: testimoniare memoria e status.


Contesto storico e artistico

Vincenzo Morani, pittore formatosi in ambiente accademico con inclinazioni verso un linguaggio purista (avvicinato anche alla sensibilità nazarena nelle soluzioni figurative), fu apprezzato sia per i soggetti sacri che per i ritratti. La critica contemporanea sottolineò spesso la “severità dello stile” unita a una finezza nel disegno e nella resa del panneggio e del colorito; ciò spiega l’equilibrio formale che si percepisce nella sua ritrattistica.

Provenienza e valore documentario

Il dipinto figura nelle raccolte dello Stato (Palazzo Reale, Napoli) e la sua scheda catalografica ricorda che molte opere di Morani entrarono nelle collezioni in seguito al legato della contessa Marianna De Marinis (1924), complesso donativo che includeva anche un vasto fondo librario. Questa connessione conferisce al quadro non solo valore artistico ma anche valore documentario per la storia della committenza e del collezionismo locali.

@ Carmelo PULEIO 


L’adolescente di bronzo – l’anima giovane scolpita da Francesco Jerace

 L’adolescente di bronzo – l’anima giovane scolpita da Francesco Jerace

Nel silenzio lucente del bronzo, un volto emerge con la delicatezza di un ricordo: un adolescente, sospeso tra l’infanzia e l’età adulta, catturato per sempre dalle mani sapienti di Francesco Jerace. Lo sguardo, assorto e malinconico, sembra interrogare il mondo, come se nel metallo fosse imprigionato il momento fragile e irripetibile del passaggio verso la vita.



Jerace, figlio della luminosa scuola napoletana di fine Ottocento, è maestro nel coniugare la forza della materia con la grazia dell’emozione. In questo busto — piccolo solo nelle dimensioni — la sua arte raggiunge un’intensità intima e struggente. Il volto del giovane, levigato con precisione quasi pittorica, contrasta con la vivacità dei riccioli che catturano la luce, mentre la superficie del bronzo, calda e viva, trasmette una vibrazione umana, come se respirasse ancora.

L’“Adolescente” non è solo una figura, ma un sentimento: rappresenta la purezza, l’attesa, la dolce incertezza del futuro. Jerace non idealizza, non racconta un mito o un eroe; scolpisce invece l’anonimo, il quotidiano, e lo eleva alla dignità dell’eterno. È un canto silenzioso alla giovinezza, a quella stagione interiore che tutti, prima o poi, attraversiamo e rimpiangiamo.

Osservando il busto, si avverte l’eco di un tempo in cui l’arte cercava la verità nel volto umano. E in quella verità, Jerace ha trovato la sua poesia: la bellezza nascosta nell’attimo in cui l’anima fiorisce.

@ Carmelo PULEIO

Il busto di Sobański – Francesco Jerace, 1899

 Il busto di Sobański – Francesco Jerace, 1899

Nel silenzio delle sale del Castel Nuovo di Napoli, tra pietre antiche e luce che filtra dal mare, si erge il busto di Władysław Sobański, scolpito nel 1899 da Francesco Jerace, uno dei più raffinati scultori italiani di fine Ottocento.



L’opera, modellata in gesso con un’eleganza quasi musicale, ritrae il nobile polacco con una compostezza che rivela tanto la fierezza quanto la malinconia di un uomo d’altri tempi. Jerace, maestro nel cogliere l’anima dietro i tratti, plasma il volto con linee morbide e uno sguardo assorto, sospeso tra orgoglio e pensiero.

La superficie, levigata ma vibrante, racconta il dialogo intimo tra artista e modello: non solo un ritratto, ma un incontro di culture, quella mediterranea e quella mitteleuropea, unite nella quieta dignità del marmo.

Posto oggi nel cuore del Maschio Angioino, il busto di Sobański continua a osservare Napoli con occhi lontani, testimone discreto di un’epoca in cui l’arte era linguaggio universale e la memoria prendeva forma nella pietra.

@ Carmelo PULEIO 

lunedì 3 novembre 2025

Busto maschile datato 1928 - Marino Tigani

 Nel silenzio di un laboratorio romano del 1928, Marino Tigani modella un volto.









Il gesso prende vita sotto le sue mani, diventando un “Busto maschile” dalle linee decise ma dal respiro umano. Non è solo un esercizio di forma: in quelle proporzioni armoniose, nei tratti appena accennati delle labbra e nello sguardo rivolto altrove, si avverte la ricerca di qualcosa di più profondo — forse un riflesso dell’animo stesso dell’artista.

Sulla base, una scritta discreta: “Omaggio affettuoso”. Parole semplici, che raccontano un gesto d’amicizia, di riconoscenza, o forse d’amore.
Il busto, alto 62 centimetri, largo 45, profondo 30, conserva ancora oggi l’intimità di quel dono, come se custodisse il calore di chi lo ha creato.

Marino Tigani, nato a Polistena nel 1902 e scomparso prematuramente a Roma nel 1941, appartiene a quella generazione di artisti che cercava equilibrio tra la tradizione classica e le inquietudini del moderno. Questo busto, in gesso, porta con sé proprio quella tensione: la forza del tempo e la fragilità della materia, unite in un solo, silenzioso volto.

@ Carmelo PULEIO

Zampognari Calabresi - terracotta di Marino Tigani

Tra gli artisti che hanno dato lustro alla città di Polistena, Marino TIGANI occupa un posto di rilievo per la sensibilità e la forza espressiva che caratterizzano la sua produzione scultorea.



Nato nel 1902, si trasferì giovanissimo a Roma, dove affinò la propria arte immerso nel fervente ambiente culturale della Capitale Italiana tra gli anni 20 e 30.

Una delle opere sue sono :"ZAMPOGNARI CALABRESI" un gruppo scultoreo in terracotta, di straordinaria intensità e realismo. Con gesti semplici e autentici, Tigani riesce a restituire l'anima della sua terra: la Calabria contadina e pastorale, fatta di suoni, tradizioni e volti scolpiti dal tempo.

L'Opera, oggi conservata in una collezione privata di proprietà non identificata, resta una testimonianza preziosa dell'arte di Tigani e della capacità di fondere la cultura popolare calabrese con il linguaggio plastico del Novecento.

Pur scomparso prematuro all'età di soli 38 anni, Marino TIGANI lascia una eredità artistica di grande valore, che merita di essere riscoperta e valorizzata come parte integrante del patrimonio culturale di Polistena e della Calabria intera. 

@ Carmelo PULEIO 





giovedì 23 ottobre 2025

Angelo in marmo bianco - Basilica dei SS. XII Apostoli - Domenico MORANI

Nella Basilica dei SS. XII Apostoli a Roma vi è un Angelo in marmo bianco realizzato dallo scultore Polistenese Domenico MORANI 

Una delle ultime opere dell'Artista Polistenese datata 1859 



 

@ CarmeloPULEIO

mercoledì 22 ottobre 2025

Monumento funebre di Maria Costa - Domenico Morani

Nella Chiesa di San Francesco d’Assisi a Ripa Grande, nel quartiere Trastevere di Roma, si conserva una delle opere più significative di Domenico Morani (1812–1859): il monumento funebre di Maria Costa.






⛪ Il monumento funebre di Maria Costa

Domenico Morani nella Chiesa di San Francesco a Ripa Grande, Roma

Nel silenzio raccolto della Chiesa di San Francesco d’Assisi a Ripa Grande, nel cuore di Trastevere, si nasconde una delle testimonianze più delicate del purismo scultoreo ottocentesco: il monumento funebre di Maria Costa, opera di Domenico Morani, realizzata intorno alla metà del XIX secolo.

🕊️ Un tributo alla pietà e alla grazia

Il monumento, scolpito in marmo bianco di Carrara, è dedicato a Maria Costa, una giovane donna appartenente a una famiglia della borghesia romana.
Morani concepisce il sepolcro con una sensibilità tutta teneraniana (ereditata dal suo maestro Pietro Tenerani): la figura femminile, dolcemente composta, esprime una calma spirituale più che un dolore terreno.

La defunta non giace, ma riposa in un atteggiamento di serena attesa, con il capo leggermente reclinato e le mani raccolte in un gesto di pacata devozione.
Il panneggio è trattato con cura estrema — morbido, trasparente, di un realismo poetico che contrasta con l’idealizzazione del volto.


🎨 Stile e significato

L’opera riflette in pieno l’estetica purista: quel movimento artistico romano che, tra gli anni ’30 e ’50 dell’Ottocento, mirava a unire la purezza formale dell’arte rinascimentale con la spiritualità cristiana.
Morani vi aderisce con convinzione, trasformando la scultura funeraria in un momento di intima contemplazione.

La composizione è equilibrata, senza eccessi retorici: ogni linea, ogni piega del velo, sembra suggerire la transizione dalla vita alla fede, in un linguaggio visivo pacato e mistico.


🧭 Il contesto: San Francesco a Ripa e la Roma dell’Ottocento

La Chiesa di San Francesco a Ripa Grande è uno dei luoghi più carichi di spiritualità di Roma: qui visse San Francesco durante i suoi soggiorni romani, e qui la devozione francescana continuò nei secoli.
Nell’Ottocento, la chiesa divenne anche un centro artistico per scultori e decoratori legati al movimento purista, sostenuto da committenti religiosi e nobili famiglie romane.

È in questo ambiente che Domenico Morani trova spazio per esprimere la sua arte: un linguaggio colto ma profondamente umano, capace di coniugare tecnica accademica e sentimento spirituale.


🕯️ Un tassello del percorso di Morani

Il monumento di Maria Costa rappresenta un momento di piena maturità per Morani: dopo le sculture per il Teatro di Villa Torlonia (1843) e prima del celebre Ritratto di un cavaliere di Malta (1848–49), l’artista dimostra qui la sua padronanza del marmo e la sua sensibilità per il tema del ricordo.

È un’opera che segna il passaggio dal neoclassicismo ideale verso una scultura più intima e affettiva, quella stessa che troverà esito finale nell’Angelo della Basilica dei Santi XII Apostoli (1859), ultima testimonianza firmata dell’artista.

Ritratto di un Cavaliere di Malta marmo - Domenico MORANI

Domenico Morani (1812 - 1859) Ritratto di un cavaliere di Malta Marmo 55 x 38 x 27 cm Firma: « D. MORANI F. » sulla schiena Data: « 1848 » sulla schiena Provenienza: Felix Semyonov, New York - Roma Stato di conservazione. Supporto: 60% (importanti danni da urto tra cui una frattura longitudinale completa, ricomposta, al collo e la perdita di parte dell'arco posteriore) Stato di conservazione. Superficie: 90% (spatinatura) Domenico Morani giunge a Roma con il fratello Vincenzo  da Napoli, dopo essersi formato alla bottega del padre Fortunato Morano (1773-1844), capobottega di una importante famiglia di scultori  in terra calabra, a Polistena. Allievo di Pietro Tenerani, è autore di opere in gesso e marmo di stile purista.




Nel 1843 realizzò due sculture raffiguranti Menandro e Hendel per il teatro di Villa Torlonia. Si specializzò presto nella ritrattistica. Nella chiesa di San Francesco a Ripa, in Trastevere, è di sua mano il monumento sepolcrale di Maria Costa, mentre nella Basilica dei Santi XII Apostoli, a Roma, nella prima cappella a destra, è conservato un suo angelo in marmo firmato e datato 1859. Una sua statua raffigurante Silvia, personaggio della "Aminta" di Torquato Tasso, fu esposta a Firenze nel 1861. Nel Conservatorio di San Pietro a Majella a Napoli è infine conservato un suo busto raffigurante Vincenzo Bellini. La nostra opera, firmata e data, benché in modo non chiaro, 1849, presenta un notabile decorato con la Croce di Malta ed è una importante aggiunta al corpus di Domenico Morani. 

@ Carmelo PULEIO

Domenico MORANI: Un Polistenese tra arte e Musica

Tra i figli illustri di Polistena spicca Domenico MORANI (1812 - 1870), scultore di straordinaria finezza che seppe coniugare la grazia classica con la sensibilità romantica dell'Ottocento. La sua maestria trova una delle più alte espressioni nel "Ritratto di Vincenzo Bellini", realizzato nel 1868 e scolpito interamente in marmo.

Dopo gli studi a Napoli, Morani seppe distinguersi per la sua capacità di fondere equilibrio formale e intensitàespressiva, qualità che gli valsero il riconoscimento dei maggiori ambienti artistici dell'epoca.



Quest'opera, oggi conservata presso il Conservatorio di Musica "San Pietro a Majella" di Napoli, celebra il grande compositore catanese con, autore di capolavori immortali come la Norma e La Sonnambula.

Morani non si limita a rappresentare i tratti somatici di Bellini: attraverso la morbidezza delle linee e la serenità dello sguardo, riesce a tradurre in forma plastica l'essenza lirica e malinconica della sua musica. E' come se la pietra, sotto le mani dello scultore, respirasse la stessa armonia che animava le partiture del musicista. Quest'opera testimonia il profondo dialogo tra arti visive e musica tra la mano dello scultore e l'ispirazione del musicista, fa di questo ritratto una testimonianza preziosa del fervore culturale dell'Italia ottocentesca - e un motivo di orgoglio per Polistena, patria di un artista che ha saputo lasciare la propria impronta nel cuore della tradizione artistica nazionale.

@Carmelo Puleio 



venerdì 3 ottobre 2025

Giulio Sabino scoperto dai Pretoriani - Vincenzo MORANI

Incisione di Carlo Biondi da un disegno di Vincenzo MORANI, tratto dal dipinto di Camillo Guerra (1835).

 


Questa incisione raffigura uno dei momenti più drammatici della storia romana: la cattura di Giulio Sabino, discendente di Giulio Cesare, che si era ribellato all'Imperatore Vesapasiano dopo la morte di Nerone . Sconfitto, Sabino trovò rifugio in un nascondiglio segreto insieme alla moglie Epponina, che per anni condivise con lui una vita di clandestinità, fino al giorno della scoperta.

Nell'opera i Pretoriani irrompono con decisione, armati e in assetto militare , per arrestare il ribelle. Al centro della scena, Sabino tenta un gesto di resistenza o di difesa, ma appare già destinato alla sconfitta.

Accanto a lui la moglie Eppomina lo stringe in un abbraccio disperato trasformando l'episodio politico in un dramma umano, fatto di amore, fedeltà e tragedia.

Il doggetto ebbe grande fortuna nell'arte dell'Ottocento perchè univa la solennità della storia antica al pathos romantico: la resistenza al potere tirannico e l'eroismo femminile erano temi che il pubblico sentiva vicini.

Il dipinto originale fu realizzato dal pittore napoletano Camillo Guerra, allievo di Giuseppe Cammarano.

Vincenzo MORANI ne trasse un disegno a Caserta, attento ai dettagli e alla resa drammatica.

Infine, nel 1835, l'incisore Carlo Biondi tradusse l'immagine in stampa a Napoli, rendendola accessibile a un pubblico più vasto.

Quest'opera dunque non è soltanto una testimonianza artistica, ma anche un esempio di come la memoria della Roma antica fosse reinterpretata nell'Ottocento per trasmettere valori di lealtà, sacrificio e resistenza.

@ Carmelo PULEIO 


martedì 23 settembre 2025

Gli Angeli di Vincenzo Jerace nella Chiesa di San Nicola ad spazi sacri e civili in diverse località.

Ad Anoia, piccolo centro della provincia di Reggio Calabria , la Chiesa di San Nicolas custodisce un prezioso dettaglio artistico che merita di essere conosciuto: sull'altare maggiore si trovano infatti due eleganti angeli, opere dello scultore Polistenese Vincenzo Luisa Jerace (1862 - 1947).

 


Jerace, nato a Polistena e formatosi come scultore tra la Calabria e Napoli, è noto per i suoi lavori dal gusto raffinato e dalla forte espressività, che hanno abbellito spazi sacri e civili in diverse località. Le due figure angeliche di Anoia, collocate ai lati dell'altare, rappresentano un raro esempio di arte devozionale calabrese  del primo Novecento, dove l'abilità tecnica si unisce alla profondità simbolica.

 

Questa presenza arricchisce ulteriormente il patrimonio artistico della Chiesa di San Nicola, punto di riferimento religioso e identitario per la comunità anoiese, e offre ai visitatori la possibilità di scoprire un tassello poco noto ma signoficativo della storia dell'arte calabrese.

@ Carmelo PULEIO 

giovedì 11 settembre 2025

Tesori d'Arte a Polistena: il busto di Cardarelli firmato Michelangelo PARLATO

Tra le tante opere custodite nella collezione  "Giovanni Russo - Polistena" una spicca per il valore artistico e simbolico: il  busto bronzeo raffigurante Antonio Cardarelli,il celebre medico, patologo e senatore Regno d'Italia.

Nonostante le sue dimensioni contenute,  il bronzo rappresenta un autentico tesoro, capace di intrecciare storia locale e memoria nazionale.



Chi era Antonio Cardarelli

Nato a Civitanova del Sannio nel 1831, Antonio Cardarelli è considerato uno dei padri della medicina moderna italiana.

Patologo e clinico di fama, si distinse per il rigore scientifico e per l'attenzione rivolta ai pazienti. La sua carriera lo portò a ricoprire cattedre universitarie prestigiose, oltre che a entrare in Senato. A Napoli, dove trascorse gran parte della sua vita, divenne un punto di riferimento per generazioni di medici e per l'intera comunità.Non a caso, oggi il suo nome è legato a uno dei più importanti ospedali del Sud Italia.

Michelangelo Parlato, lo scultore di Polistena

Il busto bronzeo porta la firma dello scultore Polistenese Michelangelo Parlato , artista che ha lasciato tracce importanti a Napoli, dove realizzò il monumento dedicato allo stesso Cardarelli, oggi custodito nell'ospedale che porta il nome del luminare.

Un tassello prezioso, dunque, che unisce la storia locale di Polistena alle memorie di una delle figure più illustri della medicina Italiana.

Parlato appartiene a quella schiera di Artisti che, pur partendo da realtà locali, riuscirono a lasciare un segno nella grande tradizione scultorea Italiana tra l'Ottocento e Novecento.


@ Carmelo PULEIO

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