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domenica 30 agosto 2026

L’artista che vuole uscire dall’arte contemporanea. Ritratto di Enzo D’Agostino

 "Tra i banchi delle scuole elementari di Polistena nascono legami che il tempo non scalfisce.

Con Mimmo Ioppolo ed Enzo D'Agostino non ho condiviso soltanto i giochi dell'infanzia e dell'adolescenza, ma anche radici familiari intrecciate, unite dagli stessi zii.

Oggi ho il piacere di ospitare su Polistena Vintage questo bell'articolo scritto da Mimmo Ioppolo, dedicato al ritratto di Enzo D'Agostino: un omaggio all'amicizia, all'arte e alla memoria della nostra terra, pubblicato su gentile autorizzazione dell'autore."

Carmelo Puleio@

L’artista che vuole uscire dall’arte contemporanea. Ritratto di Enzo D’Agostino

Artista e promotore culturale attivo tra Londra, Stati Uniti e Cina, oggi Enzo D’Agostino vive nella sua campagna calabrese. Immerso nel sistema contemporaneo, lo critica recuperando tradizione e manualità

Quest’anno, durante i pochi giorni passati in Calabria a Polistena, ho incontrato Enzo D’Agostino. Enzo è un artista italiano attivo nel Regno Unito, fondatore e direttore di Atlas Space a Londra. Abbiamo vissuto insieme tutta l’infanzia; poi, da quando, poco più che bambini, abbiamo entrambi lasciato Polistena, ci siamo visti solo tre volte: una volta a casa sua a Chelsea, una volta a Milano a Palazzo Reale e quest’anno nella sua casa nella campagna tra Polistena e Cinquefrondi nella Calabria Ulteriore, dove Enzo vive ritirato, in sintonia con la natura e la sua poetica. Solo tre incontri in circa 60 anni, eppure quando ci siamo rincontrati abbiamo ripassato tutta la nostra vita come due amici sempre “entangled”.


Chi è Enzo D’Agostino

Enzo si è formato all’Accademia di Belle Arti di Roma e successivamente al Wimbledon College of Art di Londra. La sua ricerca si sviluppa tra pittura, disegno, fotografia, installazione e sperimentazione con materiali diversi, in particolare carta, tela, legno, argilla, porcellana e luce al neon. A Londra nel 1988 fonda Atlas Space, spazio dedicato all’arte contemporanea, che dirige fino al 2020. L’attività di artista si intreccia, quindi, per oltre trent’anni, con quella di promotore e organizzatore culturale. La sua esperienza assume presto una dimensione internazionale. Tra il 2007 e il 2010 lavora negli Stati Uniti, con base a Santa Fe, New Mexico; dal 2012 al 2019 opera, invece, in Cina, soprattutto a Jingdezhen, centro storico della produzione della porcellana.


La filosofia “un-contemporary” di Enzo D’Agostino

La sua poetica si sviluppa progressivamente come una critica dall’interno al sistema dell’arte contemporanea. Alla levigatezza dell’opera, alla spettacolarizzazione e ai meccanismi di legittimazione istituzionale contrappone una pratica volutamente essenziale, linee imperfette, tracce, frammenti, errori lasciati visibili e una scelta di materiali elementari. È significativo il suo invito a essere deliberatamente “un-contemporary”, cioè a sottrarsi alle aspettative del gusto contemporaneo dominante: “Siate non-contemporanei quanto vi sentite di esserlo. Siate fermi nella ricerca della vera bellezza e della verità e determinati quanto più potete”. In questo atteggiamento affiorano riferimenti alla tradizione rinascimentale italiana e alla pittura francese dell’Ottocento, assunti non come modelli nostalgici, ma come strumenti per recuperare categorie quali bellezza, verità e autenticità dell’esperienza artistica.


Il rapporto tra opera e artista secondo D’Agostino

Nei suoi scritti più recenti D’Agostino utilizza il termine “artcality per definire una coincidenza sempre più radicale fra artista e opera. L’opera non deve necessariamente arrivare alla completa materializzazione: può essere custodita, sviluppata interiormente e manifestarsi soltanto attraverso frammenti o segni essenziali. Quasi un’eco dell’Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale (1902), dove Benedetto Croce sostiene che l’opera d’arte coincide essenzialmente con l’intuizione-espressione interiore dell’artista. La realizzazione materiale – dipingere il quadro, scolpire la materia, scrivere materialmente i versi – appartiene, invece, al momento tecnico e pratico della comunicazione. In questa prospettiva, l’opera può essere pensata come artisticamente compiuta già nell’intuizione-espressione, prima della sua piena estrinsecazione materiale. Ma attenzione, D’Agostino è lontano dall’arte concettuale; forte è, al contrario, il richiamo alla tradizione italiana.

 


La storia dell’arte nella ricerca di Enzo D’Agostino

L’opera Romantic Face nasce da una lunga genealogia del volto e dell’interiorità: affonda le radici nella pittura prerinascimentale, nutrita dalla tradizione bizantina, trova nel Romanticismo francese dell’Ottocento la propria piena consapevolezza culturale ed esistenziale e prosegue nella modernità fino alla soglia dell’arte contemporanea globalizzata. Il termine “romantico” va pertanto inteso non come categoria cronologica, ma come categoria antropologica: è il volto dell’uomo che ha assunto la propria interiorità e ne porta i segni. È una concezione che D’Agostino aggiorna nel presente, fino ad assumere quasi la figura dell’artist-warrior-monk, l’artista-guerriero-monaco che sceglie l’autonomia, la disciplina e persino il ritiro rispetto al sistema dell’arte. L’opera diviene così meno un oggetto destinato al mercato che una forma di testimonianza esistenziale.

Un’arte contemporanea che dubita del contemporaneo

Nel periodo cinese realizza, tra gli altri lavori, Withdrawal (2014), costituito da nove pannelli in porcellana di 60 × 60 cm con iscrizioni e immagini riconducibili al ciclo Romantic Face. Il titolo, ritiro, è già programmatico: evoca il distacco dal sistema dell’arte e la ricerca di una diversa possibilità di sopravvivenza della pratica artistica. D’Agostino può essere collocato in quella linea dell’arte contemporanea che arriva a mettere in discussione la contemporaneità stessa come categoria normativa. Il suo lavoro non consiste semplicemente nel produrre oggetti ma nell’interrogare le condizioni che rendono ancora possibile l’esperienza artistica. “L’arte non è più ciò che pensavate che fosse. La maggior parte delle narrazioni e delle strutture contemporanee rappresentano un tentativo di mascherare il cadavere del sistema dell’arte che ha dominato a partire dal secondo dopoguerra, cercando di continuare a esercitare il proprio controllo su una consistente quanto ingenua schiera di collezionisti e di mantenere una bandiera ideologica ingannevole per le masse, ancora soggette al fascino del carisma dell’arte”.


Enzo D’Agostino in bilico tra due poli

Il punto più interessante della sua ricerca sta forse proprio nella tensione tra questi poli, da un lato una formazione pienamente interna alla cultura dell’arte contemporanea internazionale e dall’altro il progressivo tentativo di sottrarsi ai suoi dispositivi di riconoscimento. Ne deriva una posizione paradossale: essere contemporanei attraverso il rifiuto di ciò che il sistema definisce contemporaneo. È in questo spazio che acquistano senso l’imperfezione deliberata del segno, il ritorno alla manualità, la ricerca della bellezza e soprattutto l’idea che l’opera possa precedere — o addirittura fare a meno — della propria trasformazione in oggetto.

Il sistema dell’arte contemporanea secondo D’Agostino

La tesi di D’Agostino è radicale: l’arte contemporanea è un sistema autoreferenziale che sopravvive alla propria morte attraverso le istituzioni che la legittimano – curatori, musei, gallerie, banche, sponsor, grandi manifestazioni. L’opera non ha più un valore autonomo; è il sistema a stabilire preventivamente ciò che deve essere riconosciuto come arte.

Qui c’è un’intuizione tutt’altro che banale. Ricorda, portata all’estremo, la questione del “mondo dell’arte”, di cui in molti articoli si è occupata anchem Artribune. L’oggetto diventa arte perché una rete di istituzioni, discorsi e specialisti lo riconosce come tale. L’autore, però, rovescia questa constatazione sociologica in un’accusa: il sistema non legittima più l’arte, la tiene artificialmente in vita.

Recuperare la tradizione per superare la contemporaneità

Ancora più interessante è la soluzione avanzata. Non si tratta semplicemente di tornare alla pittura figurativa, ma di proporre qualcosa di più complesso, un recupero del Rinascimento e dell’Ottocento, l’utilizzo di materiali elementari, l’imperfezione, la manualità, il sentimento, la bellezza e la verità, introducendo anche “one stranger element”, un elemento estraneo — nel suo caso il neon. Non si tratta di un programma reazionario, ma piuttosto di un tentativo di uscire dalla contemporaneità attraverso un anacronismo volontario. D’Agostino non è un artista nostalgico della tradizione, ma la usa come dispositivo critico contro l’ideologia della contemporaneità. E in questo ricorda Pasolini, per quella contraddizione irrisolta tra appartenenza e rifiuto della contemporaneità. L’arte sgorga da quello “scandalo del contraddirmi” (da Le Ceneri di Gramsci): si può davvero uscire dall’arte contemporanea, oppure ogni gesto di uscita viene immediatamente trasformato dall’arte contemporanea in una delle proprie possibilità? Lascio Enzo nelle campagne dell’Aspromonte con questa domanda in testa. Spero di non dover attendere altri vent’anni per ritornare a parlarne con lui.

Domenico Ioppolo @



giovedì 13 agosto 2026

La signorina FLETCHER - Opera di Francesco JERACE

 L’Eterno Femminino nel Marmo: "La signorina Fletcher" di Francesco Jerace

Ci sono opere d'arte che non si limitano a ritrarre un volto, ma riescono a catturare un'intera epoca. È il caso dello splendido busto "La signorina Fletcher", capolavoro dello scultore calabrese Francesco Jerace (1853–1937), che potete ammirare nell'immagine

Se amate la scultura che unisce la perfezione classica a un'anima vibrante e moderna, questa è una storia che dovete assolutamente conoscere.




Il Trampolino di Lancio: Torino 1880

Per capire la nascita di questo ritratto, dobbiamo fare un piccolo salto indietro nel tempo. Nel 1880, alla Mostra Nazionale di Torino, Jerace incantò l'Italia intera con la sua celebre Victa (l'allegoria della Polonia vinta).

Il successo fu così travolgente che l'alta borghesia e l'aristocrazia europea iniziarono a fare la fila fuori dal suo atelier. Tutti volevano essere immortalati dal suo scalpello. Tra le primissime ed esclusive commissioni private arrivate sull'onda di quel trionfo ci fu proprio lei: la misteriosa e raffinata Signorina Fletcher.

I Segreti dell'Opera: Tra Archeologia e Sensualità

Osservando attentamente lo scatto, emergono i tratti distintivi che hanno reso Jerace uno dei più grandi maestri del suo tempo:

  • La "Spezzatura" Classica: Notate la base e i lati del busto? Sono volutamente grezzi, quasi come se l'opera fosse un reperto archeologico riemerso dal passato. Questo espediente focalizza tutta l'attenzione dello spettatore sulla purezza del volto.

  • Marmo come Carne: La maestria di Jerace sta nel contrasto. La pietra perde la sua rigidità: la pelle del collo e delle spalle appare morbida, quasi calda, creando un contrasto perfetto con le pieghe accennate del panneggio.

  • Uno Sguardo Senza Tempo: L'espressione della signorina Fletcher è fiera, malinconica e incredibilmente fissa nel vuoto, incarnando alla perfezione quell'ideale di "eterno femminino" tanto caro all'arte di fine Ottocento.

"Jerace non scolpisce solo la forma, ma modella la luce per dare vita alla materia."

E voi cosa ne pensate?

La scultura dell'Ottocento italiano nasconde tesori spesso poco noti al grande pubblico, ma capaci di competere con i giganti del passato.

Vi affascina questo stile a metà tra il classico e il moderno? Vi aspetto nei commenti per parlarne insieme!


#FrancescoJerace #SculturaItaliana #StoriaDellArte #ArteOttocento #LaSignorinaFletcher


@ Carmelo PULEIO

Rodinò Toscano Domenico

 Rodinò Toscano, Domenico

Domenico Rodinò Toscano [Polistena (Reggio Calabria), 6 aprile 1855 – 1° febbraio 1926]

Nacque da Giuseppe e da Annunziata Megna. Formatosi alla scuola del compaesano sac. Michele Tigani, nel Seminario di Oppido Mamertina compì gli studi letterari e filosofici e iniziò quelli teologici. Giovanissimo, ancor prima di essere ordinato sacerdote, Domenico Rodinò Toscano fu prescelto a insegnare lettere italiane e latine in detto Seminario dal 1874 al 1877. Fu ordinato sacerdote da mons. Filippo Mincione, vescovo di Mileto, il 4 settembre del 1879, dopo di che ebbe l'incarico dell'insegnamento in quel Seminario.  Nel 1880 fu nominato Canonico della Collegiata di Polistena. Il 3 febbraio 1888, il vescovo gli spedì la patente con la quale fu approvata la nomina di Rettore della Chiesa del SS. Rosario e Padre Spirituale dell’omonima confraternita.



A Rodinò Toscano va il merito di aver fondato l’associazione Figlie di Maria, istituzione che poteva considerarsi una Pia unione di devote di Maria, purtroppo mai riconosciuta e approvata dalla superiore autorità diocesana. La sua rettoria e la carica di padre Spirituale della confraternita durarono fino al 20 aprile del 1890. I confratelli, il 9 ottobre del 1892, lo nominarono, all’unanimità, ancora una volta, Padre Spirituale, ma la proclamazione non venne approvata dall’Autorità diocesana.

Ebbe la nomina di Cappellano d'onore di S.S. Pio X, extra urbem, il 27 gennaio 1912 e fu confermato tale da S.S. Benedetto XV e S.S. Pio XI. Nel 1918 fu Giudice prosinodale e parroco consultore per la rimozione dei parroci.

Il 21 aprile del 1890 fu designato Arciprete di Polistena. Fu Vicario Foraneo di Polistena e San Giorgio, dopo la brevissima parentesi del Canonico D. Francesco Grio. La Bolla Pontificia che gli conferì la titolarità dell'Arcipretura recava la data del 4 marzo 1890, mentre l’investitura avvenne in seguito a Regio Placet del 2 ottobre 1890.

Si deve a mons. Domenico Rodinò Toscano se la Parrocchia di Polistena potette rivendicare dal Demanio dello Stato e dal Fondo per il Culto sia i beni dell'ex Sacristia che i beni dell'Arcipretura e le relative annualità arretrate di rendita. Egli, con le prime rendite percepite dalla Parrocchia, iniziò due giudizi contro gli Enti Demanio dello Stato e Fondo per il Culto.

Intraprese varie iniziative, per le quali gli furono mossi dei disappunti per via dell’abbattimento di pitture di autori minori locali, Furono lavori di restauro e di abbellimento, costruzione della nuova cappella del SS. Sacramento, con altare marmoreo e quadro raffigurante L'ultima cena del Signore, che commissionò allo scultore polistenese Francesco Jerace, rispettivamente nel 1893 e nel 1904. Sempre nel 1893, commissionò il nuovo e artistico coro ligneo, disegnato e costruito in loco da mastro Giuseppe Silipo. Altre sue committenze lignee furono quelle del pulpito, delle nicchie di Santa Marina (opera degli intagliatori Formica) e del Sacro Cuore (di Giuseppe Silipo).

Nel corso della sua azione pastorale, Polistena fu interessata da terremoti del 1894, 1905 e 1908. Rilevanti danni subì la Chiesa parrocchiale, al pari delle altre e degli edifici civili. Le condizioni statiche della Chiesa divennero assai precarie, tanto da indurre l’Arciprete ad apportare un restauro generale. Anche in questo caso, Rodinò Toscano prese le più urgenti iniziative per  tamponare i danni molto profondi cui si rimediò solo molto più tardi con interventi sostanziosi dell'Opera Interdiocesana per la ricostruzione delle Chiese in Calabria.

Nonostante tutto, la vita riprese e anche la Chiesa Matrice cominciò a beneficiare di qualche contributo, sia pubblico che privato, che le consentì di poter nuovamente partire con le opere di consolidamento e decorazione. Nuove committenze artistiche furono affidate al pittore napitino Carmelo Zimatore, che era collaborato dal nipote Diego Grillo: per l’abside la “Santa Marina fra i gigli che invoca la protezione divina sulla città”, per il soffitto della navata centrale: la grande tela “La resurrezione di Lazzaro”, due quadri posti sopra gli stalli del coro ligneo, raffiguranti scene della vita di Santa Marina ed il quadro “La flagellazione di Cristo alla colonna” posto sul soffitto del braccio destro del transetto”.

Il 26 novembre 1894 inoltrò al vescovo di Mileto un’istanza tendente all’ottenimento del decreto (emanato il 30 novembre) per l’erezione del nuovo tempio di Maria Santissima della Catena di cui comunicò al prelato la  provvisoria apertura nel successivo aprile 1895.

Il 6 settembre del 1898 ebbe inizio il suo noviziato, con il nome imposto “Domenico” nel Terz’Ordine di San Domenico, fondato nella Chiesa del SS. Rosario.

A lui si deve la spinta per la fondazione in Polistena, nel 1905, dell'Ospedale S. Maria degli Ungheresi, di cui fu ideatore e iniziatore, oltre che colui il quale riuscì a trovare il fondatore e i donatori (Giuseppe Valensise, che con suo testamento olografo del 2 marzo 1888 legava al suo erede parecchi fondi per l’erezione di un tale istituto, e Giuseppe Milano). Per tale nobile scopo avviò ed organizzò una colletta fra i cittadini che, però, ancora una volta non sortì gli effetti voluti. Solo nel 1905, nei locali del soppresso convento di Santa Maria della Concezione, proprietà del Comune di Polistena. venne fondato l’Ospedale sotto il titolo di Santa Maria. Una volta realizzato, mons. Rodinò Toscano, portando il suo contributo insigne del suo amore, della sua esperienza e della sua rettitudine, ricoprì la carica di Presidente delegato dell'Amministrazione di detto Ospedale e di Consigliere dell'Amministrazione dei due Orfanotrofi sorti in seguito al terremoto del 28 dicembre 1908 per volontà di mons. Giuseppe Morabito, vescovo di Mileto.

Per un giudizio complessivo sulla figura e sull'opera sacerdotale ed umana svolta da Mons. Rodinò Toscano nel corso del suo mandato arcipretale, è necessario rimandare il lettore al volume In Memoria di Monsignor Domenico Rodinò Toscano Arciprete di Polistena: tra le testimonianze del Clero, di Enti, Associazioni e numerosi semplici cittadini, spicca il discorso commemorativo del Sac. Prof. Francesco Filia: «Da Sacerdote e da parroco non dimenticò un istante il decoro della casa di Dio che incessantemente seppe arricchire di nuove opere di arte, avvalendosi di artisti valorosi,  ed anzitutto dalla mano geniale del grande scultore Francesco Jerace che nella maliosa Partenope illustra col suo magico scalpello, non solo questa fortunata città che gli diè i natali, ma la Calabria nostra, ma la grande Patria italiana. E sono lì a ricordarlo, monumento insigne di sapienza e di amore, l'altare marmoreo misticamente simbolico del SS. Sacramento, e la grande tela della Cena che lo sormonta, così piena di movimento, di vita, di fede».

Monsignor Rodinò-Toscano fu anche oratore classico e travolgente, poeta, abile traduttore di latino e dotto scrittore, lasciando numerosi inediti. Figura ieratica di mistico che visse tra la scienza e il dovere sacro del sacerdozio, morì nel 1926, all’età di 71 anni. Tra gli omaggi e pensieri inviati nel trigesimo della sua dipartita, figurano, tra gli altri, particolarmente gli scritti di illustri personalità.


Polistena lo ricorda con una via a suo nome. (Giovanni Russo) © ICSAIC 2025-09

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Opere

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  • L'ultimo Dramma, stab. tip. librario A. e S. Festa, Napoli 1901;
  • Trilogia Mariana. Ossia Maria Santissima negli ordini di natura, di grazia, di gloria, Tip. Il progresso, Laureana di Borrello 1925.

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Nota bibliografica

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  • In memoria di Monsignor Domenico Rodinò Toscano Arciprete di Polistena, Stab. Tip. R. Pascale, Polistena 1926;
  • Francesco Filìa, Funebri onoranze a Monsignor Domenico Rodinò-Toscano Arciprete di Polistena, Stab. Tip. R. Pascale, Polistena 1926;
  • Vincenzo Fusco, Polistena, Storia sociale e politica1221-1979, Parallelo 38, Reggio Calabria 1981.
  • Giovanni Russo, A proposito del centenario della chiesa della Catena di Polistena, Città del Sole, Rosarno, anno I, maggio 1994, p. 20.
  • Giovanni Russo, Polistena, La Chiesa Madre 1783-1983, Virgiglio, Rosarno 1995;
  • Giovanni Russo, L’inaugurazione, a Polistena, nel 1904, del grande quadro dell’eucarestia di Francesco Jerace, in «L’Alba della Piana», agosto 2010, pp. 3-4;
  • Giovanni Russo, I Domenicani a Polistena: Il convento, la chiesa e la confraternita del SS. Rosario, Polistena 2018.

@ Carmelo PULEIO

Il Busto di Antonio DE LEO a Bagnara - Opera di Francesco Jerace

 🏛️ Memoria, Arte e Territorio: Il Busto di Antonio De Leo a Bagnara Calabra (e il Tocco Inconfondibile di Polistena)

Sulle pagine di Polistena Vintage amiamo raccontare le storie, i personaggi e le opere d'arte che intessono la memoria storica della nostra Calabria. Oggi facciamo un piccolo viaggio verso il mare, a Bagnara Calabra, per riscoprire un monumento straordinario che racchiude in sé visione politica, amore per la propria terra e l'eccellenza scultorea della nostra tradizione.

Nel cuore pulsante di Piazza del Popolo, a Bagnara, si erge il magnifico busto marmoreo dedicato ad Antonio De Leo, una delle figure più illuminate e rappresentative del panorama istituzionale e sociale calabrese a cavallo tra il XIX e il XX secolo.



📜 Chi era Antonio De Leo: Una Vita per il Progresso

Uomo di raffinata cultura, amministratore integerrimo e Deputato del Regno d'Italia, Antonio De Leo è stato un vero e proprio motore di sviluppo per la sua comunità e per l'intera provincia di Reggio Calabria.

La sua azione politica non si è mai limitata ai palazzi del potere, ma si è tradotta in opere concrete per il territorio:

  • Infrastrutture e Sviluppo: Fu tra i più accaniti sostenitori e promotori di opere pubbliche, collegamenti viari e ferroviari fondamentali per riscattare l'economia locale e rompere l'isolamento geografico.

  • Impegno Sociale: Dedicò la sua vita alla crescita culturale e civile della cittadinanza, facendosi portavoce attento ed energico delle istanze del popolo calabrese in Parlamento.

🎨 Il Legame con Polistena: La Mano Maestro di Francesco Jerace

Ma c'è un motivo del tutto speciale per cui questo monumento ci sta particolarmente a cuore qui su Polistena Vintage.

A rendere eterno il ricordo di Antonio De Leo è stato infatti Francesco Jerace (1853–1937), orgoglio e figura simbolo dell'arte polistenese nel mondo. Tra i massimi protagonisti della scultura italiana tra Ottocento e Novecento, Jerace ha impresso nel marmo non solo i tratti somatici del De Leo, ma la sua stessa anima.

L'opera, caratterizzata da una resa plastica straordinariamente raffinata e da una profonda intensità espressiva, restituisce con maestria la nobiltà d'animo, la solennità e il carattere saldo del celebre statista.

Vedere la firma artistica della scuola polistenese ergersi con tanta eleganza in una piazza storica di Bagnara è la conferma di quanto l'arte della nostra città abbia contribuito ad scolpire l'identità visiva dell'intera Regione.

🤍 Un'Eredità da Custodire e Tramandare

Passeggiando oggi in Piazza del Popolo a Bagnara Calabra, sostare davanti al busto di Antonio De Leo significa fare un salto indietro nel tempo e rendere omaggio a una stagione di grandi speranze e fervore costruttivo.

Monumenti come questo sono preziosi guardiani della memoria collettiva: ci ricordano da dove veniamo e ci insegnano l'importanza di valorizzare le figure che hanno speso la propria vita per il bene comune.

Un patrimonio d'arte, storia e passione civile che abbiamo il dovere di conoscere, preservare e raccontare alle future generazioni.


@ Carmelo PULEIO

lunedì 15 giugno 2026

Il Pulpito nella Chiesa di San Francesco di Paola - M.lo PARLATO

 I tesori nascosti della Calabria: il pulpito di Michelangelo Parlato a Polistena


Se pensiamo alla grande scultura in marmo del Novecento italiano, la mente vola subito ai grandi centri artistici come Roma, Firenze o Milano. Eppure, a volte basta entrare in una chiesa di provincia per imbattersi in capolavori di una bellezza e di una delicatezza d’altri tempi.
​Oggi, vogliamo portarvi a Polistena, in provincia di Reggio Calabria, per scoprire da vicino un dettaglio straordinario che toglie il fiato: il pulpito marmoreo realizzato dallo scultore Michelangelo Parlato nel 1957.




Un angelo scolpito nella luce
Guardando il dettaglio del rilievo (firmato e datato con orgoglio dall'artista direttamente sul marmo), si rimane immediatamente colpiti dalla maestria tecnica. Parlato non si limita a lavorare la pietra: la rende morbida, quasi viva.
L'estasi e il movimento: L’angelo è raffigurato in un momento di profonda estasi mistica. Il volto è proteso verso l'alto, i capelli sembrano mossi da un vento divino e le ali piumate incorniciano la figura infondendo un senso di leggerezza.
La simbologia: La mano destra è delicatamente appoggiata sul petto, mentre stringe un mazzo di fiori (simbolo di purezza e devozione), mentre le grandi lettere marmoree traforate sullo sfondo compongono l'elegante architettura del parapetto.
"Michelangelo Parlato (1894–1960), illustre cittadino e professore di Polistena, ha saputo fondere in quest'opera la solennità della tradizione classica con la sensibilità intima e vibrante del secondo Novecento."


Perché riscoprire queste opere?
Spesso l'arte sacra del secolo scorso viene ingiustamente considerata "minore" rispetto ai capolavori rinascimentali o barocchi. Opere come questo pulpito dimostrano l'esatto contrario: la fede e la bellezza sanno trovare strade nuove, e la Calabria custodisce un patrimonio artistico diffuso che merita di essere raccontato, fotografato e protetto.
Se passate da Polistena, non limitatevi a una visita frettolosa. Entrate, alzate lo sguardo e lasciatevi catturare dalla grazia di questo angelo di marmo.
E voi conoscevate la storia di Michelangelo Parlato? Lasciate un commento qui sotto e raccontateci qual è il "capolavoro nascosto" del vostro paese o della vostra città che tutti dovrebbero assolutamente vedere!

@ Carmelo PULEIO

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