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domenica 30 agosto 2026

L’artista che vuole uscire dall’arte contemporanea. Ritratto di Enzo D’Agostino

 "Tra i banchi delle scuole elementari di Polistena nascono legami che il tempo non scalfisce.

Con Mimmo Ioppolo ed Enzo D'Agostino non ho condiviso soltanto i giochi dell'infanzia e dell'adolescenza, ma anche radici familiari intrecciate, unite dagli stessi zii.

Oggi ho il piacere di ospitare su Polistena Vintage questo bell'articolo scritto da Mimmo Ioppolo, dedicato al ritratto di Enzo D'Agostino: un omaggio all'amicizia, all'arte e alla memoria della nostra terra, pubblicato su gentile autorizzazione dell'autore."

Carmelo Puleio@

L’artista che vuole uscire dall’arte contemporanea. Ritratto di Enzo D’Agostino

Artista e promotore culturale attivo tra Londra, Stati Uniti e Cina, oggi Enzo D’Agostino vive nella sua campagna calabrese. Immerso nel sistema contemporaneo, lo critica recuperando tradizione e manualità

Quest’anno, durante i pochi giorni passati in Calabria a Polistena, ho incontrato Enzo D’Agostino. Enzo è un artista italiano attivo nel Regno Unito, fondatore e direttore di Atlas Space a Londra. Abbiamo vissuto insieme tutta l’infanzia; poi, da quando, poco più che bambini, abbiamo entrambi lasciato Polistena, ci siamo visti solo tre volte: una volta a casa sua a Chelsea, una volta a Milano a Palazzo Reale e quest’anno nella sua casa nella campagna tra Polistena e Cinquefrondi nella Calabria Ulteriore, dove Enzo vive ritirato, in sintonia con la natura e la sua poetica. Solo tre incontri in circa 60 anni, eppure quando ci siamo rincontrati abbiamo ripassato tutta la nostra vita come due amici sempre “entangled”.


Chi è Enzo D’Agostino

Enzo si è formato all’Accademia di Belle Arti di Roma e successivamente al Wimbledon College of Art di Londra. La sua ricerca si sviluppa tra pittura, disegno, fotografia, installazione e sperimentazione con materiali diversi, in particolare carta, tela, legno, argilla, porcellana e luce al neon. A Londra nel 1988 fonda Atlas Space, spazio dedicato all’arte contemporanea, che dirige fino al 2020. L’attività di artista si intreccia, quindi, per oltre trent’anni, con quella di promotore e organizzatore culturale. La sua esperienza assume presto una dimensione internazionale. Tra il 2007 e il 2010 lavora negli Stati Uniti, con base a Santa Fe, New Mexico; dal 2012 al 2019 opera, invece, in Cina, soprattutto a Jingdezhen, centro storico della produzione della porcellana.


La filosofia “un-contemporary” di Enzo D’Agostino

La sua poetica si sviluppa progressivamente come una critica dall’interno al sistema dell’arte contemporanea. Alla levigatezza dell’opera, alla spettacolarizzazione e ai meccanismi di legittimazione istituzionale contrappone una pratica volutamente essenziale, linee imperfette, tracce, frammenti, errori lasciati visibili e una scelta di materiali elementari. È significativo il suo invito a essere deliberatamente “un-contemporary”, cioè a sottrarsi alle aspettative del gusto contemporaneo dominante: “Siate non-contemporanei quanto vi sentite di esserlo. Siate fermi nella ricerca della vera bellezza e della verità e determinati quanto più potete”. In questo atteggiamento affiorano riferimenti alla tradizione rinascimentale italiana e alla pittura francese dell’Ottocento, assunti non come modelli nostalgici, ma come strumenti per recuperare categorie quali bellezza, verità e autenticità dell’esperienza artistica.


Il rapporto tra opera e artista secondo D’Agostino

Nei suoi scritti più recenti D’Agostino utilizza il termine “artcality” per definire una coincidenza sempre più radicale fra artista e opera. L’opera non deve necessariamente arrivare alla completa materializzazione: può essere custodita, sviluppata interiormente e manifestarsi soltanto attraverso frammenti o segni essenziali. Quasi un’eco dell’Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale (1902), dove Benedetto Croce sostiene che l’opera d’arte coincide essenzialmente con l’intuizione-espressione interiore dell’artista. La realizzazione materiale – dipingere il quadro, scolpire la materia, scrivere materialmente i versi – appartiene, invece, al momento tecnico e pratico della comunicazione. In questa prospettiva, l’opera può essere pensata come artisticamente compiuta già nell’intuizione-espressione, prima della sua piena estrinsecazione materiale. Ma attenzione, D’Agostino è lontano dall’arte concettuale; forte è, al contrario, il richiamo alla tradizione italiana.

 


La storia dell’arte nella ricerca di Enzo D’Agostino

L’opera Romantic Face nasce da una lunga genealogia del volto e dell’interiorità: affonda le radici nella pittura prerinascimentale, nutrita dalla tradizione bizantina, trova nel Romanticismo francese dell’Ottocento la propria piena consapevolezza culturale ed esistenziale e prosegue nella modernità fino alla soglia dell’arte contemporanea globalizzata. Il termine “romantico” va pertanto inteso non come categoria cronologica, ma come categoria antropologica: è il volto dell’uomo che ha assunto la propria interiorità e ne porta i segni. È una concezione che D’Agostino aggiorna nel presente, fino ad assumere quasi la figura dell’artist-warrior-monk, l’artista-guerriero-monaco che sceglie l’autonomia, la disciplina e persino il ritiro rispetto al sistema dell’arte. L’opera diviene così meno un oggetto destinato al mercato che una forma di testimonianza esistenziale.

Un’arte contemporanea che dubita del contemporaneo

Nel periodo cinese realizza, tra gli altri lavori, Withdrawal (2014), costituito da nove pannelli in porcellana di 60 × 60 cm con iscrizioni e immagini riconducibili al ciclo Romantic Face. Il titolo, “ritiro”, è già programmatico: evoca il distacco dal sistema dell’arte e la ricerca di una diversa possibilità di sopravvivenza della pratica artistica. D’Agostino può essere collocato in quella linea dell’arte contemporanea che arriva a mettere in discussione la contemporaneità stessa come categoria normativa. Il suo lavoro non consiste semplicemente nel produrre oggetti ma nell’interrogare le condizioni che rendono ancora possibile l’esperienza artistica. “L’arte non è più ciò che pensavate che fosse. La maggior parte delle narrazioni e delle strutture contemporanee rappresentano un tentativo di mascherare il cadavere del sistema dell’arte che ha dominato a partire dal secondo dopoguerra, cercando di continuare a esercitare il proprio controllo su una consistente quanto ingenua schiera di collezionisti e di mantenere una bandiera ideologica ingannevole per le masse, ancora soggette al fascino del carisma dell’arte”.


Enzo D’Agostino in bilico tra due poli

Il punto più interessante della sua ricerca sta forse proprio nella tensione tra questi poli, da un lato una formazione pienamente interna alla cultura dell’arte contemporanea internazionale e dall’altro il progressivo tentativo di sottrarsi ai suoi dispositivi di riconoscimento. Ne deriva una posizione paradossale: essere contemporanei attraverso il rifiuto di ciò che il sistema definisce contemporaneo. È in questo spazio che acquistano senso l’imperfezione deliberata del segno, il ritorno alla manualità, la ricerca della bellezza e soprattutto l’idea che l’opera possa precedere — o addirittura fare a meno — della propria trasformazione in oggetto.

Il sistema dell’arte contemporanea secondo D’Agostino

La tesi di D’Agostino è radicale: l’arte contemporanea è un sistema autoreferenziale che sopravvive alla propria morte attraverso le istituzioni che la legittimano – curatori, musei, gallerie, banche, sponsor, grandi manifestazioni. L’opera non ha più un valore autonomo; è il sistema a stabilire preventivamente ciò che deve essere riconosciuto come arte.

Qui c’è un’intuizione tutt’altro che banale. Ricorda, portata all’estremo, la questione del “mondo dell’arte”, di cui in molti articoli si è occupata anchem Artribune. L’oggetto diventa arte perché una rete di istituzioni, discorsi e specialisti lo riconosce come tale. L’autore, però, rovescia questa constatazione sociologica in un’accusa: il sistema non legittima più l’arte, la tiene artificialmente in vita.

Recuperare la tradizione per superare la contemporaneità

Ancora più interessante è la soluzione avanzata. Non si tratta semplicemente di tornare alla pittura figurativa, ma di proporre qualcosa di più complesso, un recupero del Rinascimento e dell’Ottocento, l’utilizzo di materiali elementari, l’imperfezione, la manualità, il sentimento, la bellezza e la verità, introducendo anche “one stranger element”, un elemento estraneo — nel suo caso il neon. Non si tratta di un programma reazionario, ma piuttosto di un tentativo di uscire dalla contemporaneità attraverso un anacronismo volontario. D’Agostino non è un artista nostalgico della tradizione, ma la usa come dispositivo critico contro l’ideologia della contemporaneità. E in questo ricorda Pasolini, per quella contraddizione irrisolta tra appartenenza e rifiuto della contemporaneità. L’arte sgorga da quello “scandalo del contraddirmi” (da Le Ceneri di Gramsci): si può davvero uscire dall’arte contemporanea, oppure ogni gesto di uscita viene immediatamente trasformato dall’arte contemporanea in una delle proprie possibilità? Lascio Enzo nelle campagne dell’Aspromonte con questa domanda in testa. Spero di non dover attendere altri vent’anni per ritornare a parlarne con lui.

Domenico Ioppolo @



martedì 18 febbraio 2025

Ritratto di giovane con fazzoletto rosso (1850) Vincenzo MORANI

Vincenzo MORANI Pittore (Polistena 1809 - Roma 1870). Studiò col padre Fortunato, poi con C. Angelini e C. Guerra a Napoli. Lavorò in prevalenza a Roma dove risentì l'influsso di F. Overbeck. Dipinse specialmente quadri di soggetto storico e religioso, un ciclo d'affreschi nella Badia di Cava dei Tirreni e ritratti.

Il dipinto "Ritratto di giovane con fazzoletto rosso" è un'opera di Vincenzo Morani (1809-1870). Realizzato nel 1850, questo olio su tavola misura 21 x 13,5 cm. L'opera è stata presentata sul mercato dell'arte,

Pittura
Olio/tavola
Opera originale

dimensioni senza cornice
21 x 13,5cm(8,27 x 5,31 in)
Carmelo PULEIO  @ Copyright 

giovedì 2 giugno 2016

Ci ha lasciato Peppino Rao ......"ultimo" Artigiano Eccellente Polistenese

L’artigianato calabrese e’ il prodotto della grande capacità manuale di un popolo, che nei secoli ha subito tanti influssi culturali diversi: greci, romani, bizantini, normanni, angioini, aragonesi.
La storia travagliata della regione ha lasciato però anche una ricchezza di cultura e tradizioni che si rispecchia nella ricca e multiforme attività dell’artigianato calabrese.
Le operose comunità della piana o dell’aspro entroterra hanno, infatti, contribuito sensibilmente a nutrire il grande patrimonio artistico dell’artigianato italiano.
Ci ha lasciato Peppino Rao forse l'ultimo Artigiano eccellente di Polistena dico  forse perchè mi viene difficile individuare un altro valido Artigiano  che ha dato la vita al buon gusto nascosto tra i tessuti.
E' stata una lunga storia e gloriosa la Sartoria di Peppino Rao che ha lasciato il solco di una magnifica affermazione creativa ed apprezzata professionalità.
l'antica sapienza di "far con le mani" le stoffe utilizzate erano una eccellenza Italiana di altissima qualità.

Peppino ha vestito in questi lunghissimi anni personaggi dell'Arte e dello spettacolo ma anche numerosissimi concittadini disegnando la morbidezza del taglio, la ricerca dei tessuti più pregiati, rigorosamente Italiani rendendo le sue creazioni sinuose e accattivanti.
I suoi abiti e giacche sono l'epitome dello stile da lui intrapreso, la spalla naturale o la spalla morbida, un giromanica alto, il montaggio spalla detto spalla camicia (la manica montato come una camicia con pieghe) e i tre tasti falsi. 
La giacca è poi indossata come una seconda pelle.
Ciao Peppino 

venerdì 6 novembre 2015

L'Olio Extravergine di Oliva nel Circondario Polistenese

O l i
Oltre che per la quantità, la produzione olearia locale, si distingue anche per il grande pregio della sua qualità, dovuta al rispetto di una tradizione antichissima.
Numerosi frantoi locali  che per la qualità e la bontà dell'olio hanno ricevuto il marchio D.O.C. e D.O.P. come extravergine d’oliva . La produzione avviene con olive raccolte in uliveti selezionati, ed è rivolta a ottenere un olio dal sapore inconfondibile, molto spiccato, altamente digeribile e universalmente riconosciuto alla base della cucina italiana. Tra le produzioni regionali, vanno anche menzionati gli oli aromatizzati, ottenuti facendo macerare in olio extravergine d’oliva spezie essiccate al sole: i gusti del peperoncino, del rosmarino, del limone, dell’origano e del basilico, insaporiscono con il loro aroma particolare i piatti di una cucina semplice, ma saporita.

La storia dell'olio d'oliva
Il leggendario albero di ulivo e l'olio ricavato dai suoi frutti hanno accompagnato la storia dell'umanità. 8000 anni fa l'ulivo veniva già coltivato in Medio Oriente e le prime coltivazioni si ebbero molto probabilmente in Siria o Creta. I Fenici in seguito diffusero questa coltivazione su tutte le coste del Mediterraneo, dell'Africa e del Sud Europa. Con i Greci le coltivazioni di ulivo divennero sempre più numerose, ma furono i Romani che provarono a coltivare in ogni territorio conquistato questi frutti polivalenti (trascurando in alcuni casi le coltivazioni esistenti dell'Italia meridionale).
In molti casi i Romani ordinarono alle popolazioni conquistate il pagamento dei tributi sotto forma di olio di oliva. Sempre i Romani riuscirono a costruire i primi strumenti per la spremitura delle olive e a perfezionare sempre di più le tecniche per conservare l'olio. 
Fin dall'inizio l'ulivo e i suoi frutti sono stati presenti nella storia degli uomini sia nei riti sacri che nella vita quotidiana, l'olio infatti venne utilizzato non solo per arricchire gli alimenti ma anche nei massaggi e nella cosmetica. Nei poemi omerici l'olio era usato esclusivamente per la pulizia e l'igiene.
Gli antichi Romani classificavano l'olio di oliva in cinque qualità: "oleum ex albis ulivis" proveniente dalla spremitura delle olive verdi, "oleum viride" proveniente da olive raccolte a uno stadio piu' avanzato di maturazione, "oleum maturum" proveniente da olive mature, "oleum caducum" proveniente da olive cadute a terra e "oleum cibarium" proveniente da olive quasi passite che era destinato all'alimentazione degli schiavi. 
I numerosi utensili per la raccolta e la spremitura delle olive, rinvenuti dagli archeologi in vari scavi nell'area mediterranea, nonché diversi passaggi della Bibbia e del Corano dimostrano l'importanza storica di questo frutto dell'ulivo e del lavoro degli uomini. 
Anche all'alba del terzo millennio l'olio di oliva costituisce un prodotto carico di misticismo e soprattutto un componente fondamentale della ormai famosa dieta mediterranea, una moda di cui molti esperti attestano gli aspetti benefici per la salute. 

Le caratteristiche dell'olio di oliva
L'enorme varietà di aromi che l'olio d'oliva può avere lo rende un alimento utilizzabile in qualunque tipo di cucina. I primi utilizzatori sono stati ovviamente i popoli del Sud che, grazie alla salutare dieta mediterranea detengono il record dei più bassi tassi di malattie cardio-vascolari. 
I conoscitori e gli amatori sanno che l'olio d'oliva può avere essere fruttato o speziato, dolce o amaro, forte o delicato; il suo gusto infatti è fortemente determinato da diversi fattori naturali. 
Si possono però distinguere tre principali categorie di olio a seconda del suo grado di acidità e della sua purezza: 

Olio extravergine d'oliva 
L'olio extravergine di oliva è l'unico olio vegetale ottenuto con sola pressione, senza manipolazione o additivi chimici, a differenza degli oli di semi (soia, arachide, girasole, ecc.).
Contiene le vitamine E, A, K, D che hanno proprietà antiossidanti ed effetto protettivo sulle cellule dell'organismo. Ha un livello di acidità inferiore all'1% (1 grammo per ogni 100 gr).
Olio vergine d'oliva o puro 
Il grado di acidità di questo olio è pari circa al 2% e come l'extra vergine non è raffinato.

Olio d'oliva fine o olio d'oliva 
E' composto da olio di oliva raffinato al quale viene aggiunto olio di oliva vergine per migliorarne il gusto. Il grado di acidità massimo è dell'1,5%.

Olio di sansa 
Ha un livello di acidità massimo pari all'1,5% ed è costituito dalla sansa cui viene aggiunto dell'olio extravergine di oliva.
L'olio extravergine di oliva, a differenza degli altri olii alimentari, è costituito prevalentemente da acidi grassi monoinsaturi, con la presenza in giusta quantità di acido grasso linoleico, polifenoli, vitamina E e beta carotene. La presenza di questi elementi antiossidanti rende l'olio extravergine particolarmente importante per la nostra salute.
E' stato infatti scientificamente verificato che il suo costante utilizzo favorisce un abbassamento del colesterolo "cattivo" (LDL) ed un contestuale innalzamento di quello "buono" (HDL) aiutando a prevenire le malattie cardiovascolari e l'artereosclerosi. 
Caratteristiche dell'olio biologico
L'olio extravergine per le sue caratteristiche nutritive è l'alimento principe per una corretta alimentazione in grado di migliorare le condizioni di salute. Esso contiene acidi grassi simili a quelli presenti nel corpo umano e una elevata quantità di vitamine. Difende il corpo da alterazioni cutanee, da disturbi digestivi e da fenomeni di invecchiamento cellulare e aiuta a migliorare il benessere del corpo e la qualità della vita. Preservarlo dai residui chimici diventa un obbligo. L'olio biologico risponde a questo: nessun residuo e nemmeno il sospetto che possa essere inquinato, perché segue precise regole. 
È biologico solo l'olio ottenuto e prodotto con olive provenienti da agricoltura biologica. Ma per essere venduto con l'etichettatura consentita deve risultare adatto all'alimentazione umana, cioè può essere solo extravergine (acidità inferiore al 1%) o vergine (acidità inferiore al 2%), privo di difetti e sapori anomali. Per questo vanno controllate tutte le attività di raccolta e conservazione delle olive, estrazione dell'olio, conservazione e confezionamento dell'olio. Queste operazioni devono avvenire nel rispetto della buona pratica di frantoio e in cicli di lavorazione nettamente separati da quelli delle olive non biologiche. Ottenere olio vergine lampante all'olivicoltore biologico non serve. 
Per potersi fregiare del marchio con l'indicazione "Prodotto ottenuto da agricoltura biologica" è necessario che tutti gli operatori coinvolti (olivicoltori, frantoiani, imbottigliatori e commercianti) siano assoggettati al regime di controllo di un organismo riconosciuto dallo Stato, mediante l'invio di un apposito modulo (detto notifica) alla regione e all'organismo prescelto. Tutte le operazioni compiute nella propria azienda e i movimenti delle merci e materie prime utilizzate devono essere riportati su appositi registri verificabili da chiunque. Infatti solo se il consumatore avrà chiaro tutti gli sforzi che si sono dovuti sopportare per ottenere quell'olio, potrà riconoscere al produttore il giusto valore del prodotto. I maggiori controlli quindi servono non solo per evitare frodi e concorrenza sleale, ma anche per stabilire un rapporto di reciproca fiducia tra il produttore ed il consumatore. 
Il Reg. CEE 2092/91 stabilisce un periodo di conversione per le colture arboree di tre anni dal momento della compilazione ed invio di notifica di produzione biologica all'organismo certificatore. Tecnicamente questo tempo può diminuire se l'azienda presenta dati oggettivi e documenti sull'agroecosistema e sull'etichetta deve essere riportato prodotto :"in conversione da agricoltura biologica". Anche l'agricoltore deve aggiornarsi con corsi di formazione e così l'olivicoltura biologica diventa per lui momento di crescita culturale, ed è lui che entra in un sistema che garantisce l'informazione e il consumatore. 
Olio DOP (denominazione di origine protetta)
L'olio di oliva non è tutto uguale, ma può variare a seconda della regione di provenienza. Come per il vino, la cultivar, il terreno, il clima e altre condizioni determinano caratteristiche, sapori e profumi diversi: conscerli e apprezzarli è questione da veri buongustai.
Per orientare il consumatore presto verrà attuata la legge che riconosce la denominazione di origine protetta degli oli vergini ed extravergini.
La denominazione di origine protetta valorizzerà le caratteristiche tipiche e tradizionali delle zone da cui gli oli extravergini e vergini di oliva provengono.
Da zona a zona infatti variano gli elementi distintivi degli oli: il colore, dal giallo paglierino al verde; il sapore, che richiama, oltre al gusto dell'oliva fresca, anche quello della frutta o della verdura, l'aroma

L'OLIO CALABRESE di POLISTENA

Bruzio. Tremila anni fa gli antichi e lungimiranti Greci introdussero la coltivazione dell’olivo nell’area della piana di Gioia Tauro, esaltando terre adatte anche ad altre colture.

La Piana . Il termine La Piana è l’attuale denominazione della zona geografica La coltivazione dell’olivo in questa zona ha subìto a partire dagli anni ’60 uno sviluppo considerevole grazie all’introduzione di tecniche moderne di coltivazione e oggi rappresenta uno dei settori trainanti dell’economia della zona.
La raccolta delle olive può essere effettuata con mezzi meccanici o per brucatura.e con le reti o raccolte a mano dai braccianti agricoli.
Per l’estrazione dell’olio sono ammessi soltanto i mezzi meccanici e fisici atti a garantire un prodotto senza alcuna alterazione delle caratteristiche qualitative contenute nel frutto.
La Piana è ricavato dalle varietà ottobrarica , sinopolese e ciciareda  (min. 90%); ha colore che va dal verde al giallo paglierino, profumo fruttato e sapore delicato di fruttato.

Carmelo Puleio@Copyright



giovedì 6 agosto 2015

I Torrenti nel territorio Polistenese

La rete idrografica Polistenese e' costituita da tre corsi d'acqua generalmente brevi e perlopiù' a regime torrentizio, con rigonfiamenti invernali (le tipiche fiumare).

Il torrente Jarulli

E’ attraversata da tre torrenti:  il Vacale a sud del paese, si origina dalle montagne della vicina Cittanova,  il Jarulli  che pur avendo negli anni una scarsa portata di scorrimento delle acque è un affluente minore dello Sciarapotamo ed infine,  lo Jerapotamo a nord, proveniente dalle montagne della vicina San Giorgio Morgeto. 

Torrente Vacale 

Questi corsi d’acqua una volta erano molto utilizzati dalle massaie locali specialmente nella zona di “Gaetanello”  dove scorre ancora lo Jerapotamo, una volta,  si  andava per lavare i panni, per fare il bucato, anticamente in quella zona, c’erano e ci sono ancora, sistemate alcune vasche da lavare, con delle bocche di fontane provenienti dall'acqua del torrente.
La mattina, le massaie Polistenesi, partivano da casa verso le ore 9,00 circa per fare ritorno nel pomeriggio, intorno alle ore 16,00. La giornata dedicata al rito del bucato si articolava in quattro fasi: durante la prima le donne lavavano i panni, che nella seconda fase venivano stesi sul prato e poi sui cespugli profumati per farli asciugare; poi veniva consumato il pranzo mentre i panni si asciugavano; infine i panni asciutti venivano raccolti e riposti in grosse ceste che le donne mettevano sul capo e riportavano in paese. Per la colazione portavano del pane con lo zimbatò o frittata di uova. Il sapone per il bucato veniva preparato da in casa con la soda caustica mescolata con olio vecchio o con strutto e una certa quantità di acqua. Periodicamente per la sola biancheria si ricorreva al metodo della cenere. Si metteva a bollire una grande caldaia d’acqua; quando l’acqua veniva ad ebollizione, vi si versava una certa quantità di cenere e veniva lasciata sul fuoco per circa 20 – 30 minuti. In un secondo momento si adagiavano i panni in una tinozza (che doveva avere il buco all'estremità più bassa). L’acqua con la cenere veniva poi versata sui tanniche si lasciavano così per una notte intera. La mattina successiva, la biancheria veniva sciacquata nell'acqua corrente del canale o del fiume e risultava bianchissima. L’acqua con la cenere funzionava come la moderna candeggina.
Le donne si organizzavano in gruppo a seconda del quartiere di abitazione e caricavano la cesta sul capo.
Fare il bucato non  era considerato un lavoro; al contrario nella giornata trascorsa al canale o al torrente trionfavano l’allegria, le chiacchiere, le confidenze, i pettegolezzi,. Il rito del bucato, infatti, consentiva di stare insieme, raccontarsi le proprie cose e “ricamare” sulle storie del paese. 
Carmelo Puleio@Copyright 

giovedì 23 luglio 2015

Viaggio tra le Corti dei Palazzi Storici di Polistena, accompagnati da performance di Arte Contemporanea.

Riaprono i portoni dei palazzi antichi della meravigliosa Polistena.
infatti anche quest'anno è stato rinnovato l'impegno culturale nella giornata di Mercoledi 29 Luglio che, dalle ore 21,00 ed a proseguire, per tutta la serata, a Polistena percorso  tra le cittadino tra le Corti dei Palazzi Storici risalenti al 1700 circa  accompagnati da performance di Arte Contemporanea.



IL PROGRAMMA :
Palazzo Sforza: "Briciole di Teatro", Regia e Interpretazione di Paolo Cutuli, performance ore 22:30; 
Palazzo Valensise: "Dipingi…amo Polistena" Mostra "Estemporanea di Pittura"; 
Palazzo Rodinò Villa Giulia: Trio Jazz, Militano Ielo Ambroggio; 
Palazzo Cavatore Ammendolea: "Limina", Movimento Danila Gambettola, Immagini Salvatore Insana, Suoni Vincenzo Oppedisano, performance ore 22:30, ore 23:30; 
Palazzo Iemma: Pitture di Luigi Lombardo; 
Palazzo Grio: Polo Universitario di Aosta di Mario Cucinella Architetto; 
Palazzo Calcaterra: Video di Salvatore Tigani e Giuseppe Tigani; 
Palazzo Pecora: Istallazione di Alfredo Granata e Claudio Angione;

E' sicuramente un'occasione da non mancare, un'Opportunità per i Polistenesi e non di entrare nei Cortili di questi meravigliosi Palazzi del 1700.
Polistena in questo periodo, vive di un movimentato giovanile che la contraddistingue per le meraviglie del centro storico voluto e realizzato da un grande Polistenese : Lo scultore Francesco Jerace che nell'occasione dell'inaugurazione del monumento ai caduti del 1937 ha rimodellato la Via Vittorio Veneto con l'incrocio di Via Medico Grio e Via G. Lombardi collegando sia Piazza della Repubblica che il Piazzale Trinità.
Carmelo Puleio@Copyright 

lunedì 22 giugno 2015

Polistena ed il Talento Artistico e Artigianale

Polistena è una cittadina linda, graziosa, quieta, al margine superiore della Piana di Rosarno, ricca di clementine agrumeti e industrie ombreggiata dall’Aspromonte; sembra sommersa nelle vaste boscaglie di ulivi, tra colonnati fantastici e ricami immensi, minutissimi, trapunti di argento, sotto cui scorrono fiumicelli dal nome antico.
Polistena ha saputo costituirsi una fama di genitrice del buon talento artistico. Come Serra San Bruno nel Vibonese, come Rogliano nel Cosentino, Polistena si è preso, quasi  nel centro della provincia estrema il merito di avere raccolto ed infiammato al lavoro le maestranze, di averle fatte prosperare, di avere fecondato un germe prezioso per la nostra civiltà artistica. Quivi, forse da secoli, si preparava in silenzio lo sforzo miracoloso, si rielaborava la sostanza spirituale, mentre si trasmettevano di padre in figlio, di generazione in generazione, gocce di sangue della lontanissima civiltà artistica di Medma, di Locri, di Reggio Calabria. Non si tratta di addentellati retorici.Quella linfa è rivelata,è viva e visibile, in tutto ciò che è vita, umanità, arte, poesia, in quell’angolo solitario della nostra Calabria. E lo svolgimento di rivelazioni e di attività  si può ormai seguire e fissare chiaramente. Polistena è stata madre non matrigna dei suoi ingegni. Ha potuto esserlo non solo per il valore della materia prima: carattere, spontaneità, versatilità; ma anche per la materia seconda, non meno preziosa e indispensabile: mecenatismo del gruppo di cospicue famiglie, che dopo il tramonto dei fastosi principi iberici che la dominavano, e che furono anche dotti e mecenati, si raccolsero nella preferita – perla della piana -. Così avveniva il miracoloso miscuglio di altri tempi e di ben altri gloriosi eventi per la cultura e per l’arte d’Italia; così poteva viversi, e con ritardo, un po di Rinascimento, una briciola di - epoca d’oro – in un punto della penisola tanto ignorato e lontano dalle vie consolari, e dalle penne ornatissime degli scrittori e degli storici. Miracolo vero di forze latenti, liberatrici, rivoluzionarie, che talvolta spaventarono le polizie napoleonica e borbonica; miracolo quasi isolato, di modesti artieri, di piccola gente, di piccole anime, di piccoli borghi. Apparentemente; nella sostanza ciò era ben grande e straordinario, era provvidenziale, mirabile, nel tempo, nelle difficoltà, nel dramma della Calabria e del Mezzogiorno d’Italia. 
E mirabilmente si iniziava allora un cammino lungo e glorioso per l’Artigianato della Piana; le botteghe d’arte, gli artieri del legno, del ferro, della pietra, sentirono e praticarono (per quali vie riappresa !) la dignità alta della loro funzione, e sentirono l’afflato della bellezza. Il canto ingenuo delle nostri arti ascese le scale severe dei sacrari; si diffuse nei borghi vicini l’opera fantasiosa del decoratore, dello stuccatore, dello statuario di Polistena, che poi erano parenti o eredi dei monteleonesi o dei serresi, Le dinastie silenziose, e infaticabili, disperse dalle ansie e dalle traversie politiche, si avviavano ormai, nel risveglio della Patria, verso gli alveari, per il nuovo, intenso lavoro ricostruttore. 
A Polistena esistono, infatti, alcuni dei favi che raccolsero effetti e fatiche di famiglie artigiane, e nettare prezioso per l’arte nostra.

Al margine del poggio della Trinità, nella strada che si parte dalla Matrice e tocca il portone dei Valensise, e poi discende rapida e scabra, vi è la casa dei Jerace. Nella vicina chiesa, costruita dai Rovere, è l’altare della Madonna dell’Itria con gli stucchi di Morano e di Fortunato Jerace, padre del grande scultore Francesco, autore della “Bellona” Polistenese.
Un cenno a parte è doveroso per il lavoro artigianale che diversi anni addietro era molto fiorente, oggi ne risente in modo particolare dall’assenza di validi e gratificati artigiani, da notare che negli ultimi anni un valido fabbro ha realizzato alcune sculture di pregevole valore, naturalmente parliamo dello scomparso Giuseppe LONGO 
    L'artigianato calabrese e Polistenese, ha radici arcaiche, le tradizionali tecniche sono ancora visibili a tal punto che la Polistena  è una delle poche cittadine Calabresi  "occidentali", che può vantare dal punto di vista artistico alcuna mutazione. 
Le tradizioni della civiltà meridionale e della Maga Grecia cono quelle meglio rappresentate per tecnica e dinamica. Sulla fascia jonica, ma anche in quella tirrenica, sui centri dell'Aspromonte e delle serre come pure nella Sila, è facilissimo imbattersi in qualche "catojo", adibito a bottega artigianale ed incontrare le facce scolpite di artigiani e donne che lavorano oggi come ieri i loro prodotti con gli strumenti di duemila anni fa. 
Dal telaio a mano, allo scalpello, al tornio a ruota, col coltellino, nascono capolavori unici e irripetibili seppur con espressioni e disegni millenari. Il popolo calabrese ha conservato le proprie tradizioni ed il gusto per le cose semplici. Qualche decennio fa, tutta questa arte era in mano a pochi anziani che imperterriti costruivano e lavoravano quello che hanno praticato per tutta la vita, oggi, i giovani, invogliati da una sempre maggiore richiesta del mercato per questa arte, si stanno praticando, costruendo una nuova generazione di artigiani. La nuova economia, i nuovi artigiani , purtroppo non hanno impedito che alcune tecniche di lavorazione andassero perdute, come ad esempio la seta. Sono comunque i tessuti il piatto forte dell' artigianato calabrese. Il Museo Nazionale di Reggio Calabria, colleziona testimonianze "moderne" ed antiche di stoffe, tessuti e telai, alcuni del periodo neolitico.  Esiste ancora oggi una Polistena artigiana del ferro battuto e del rame a Serra San Bruno, per l'oro e l'argento Crotone, il vetro a Bagnara, e quello artistico nella nostra cittadina, lavorato con bravura dall’artista locale Francesco Corica,  il vimine e la paglia a Cosenza, Soriano Calabro, San Giorgio Morgeto, Delianuova, Vibo Valentia, Polistena e Gallico, ognuna con disegni finalità e materia prima propria.
L'artigianato di questa terra affonda le sue radici nelle arcaiche tradizioni della civiltà mediterranea e, soprattutto, in quella della Magna Grecia, da cui direttamente discende. La dinamica produttiva non ha storicamente subito interruzioni, tanto da segnare, oggi, un momento di continuità anziché di riproduzione, in quasi tutta la vasta gamma delle sue espressioni.
Anche sotto l'aspetto tecnologico non vi sono stati profondi mutamenti, gli strumenti sono sempre quelli di duemila anni fà: dal telaio a mano, al coltellino,dallo scalpello al tornio a ruota manovrato col piede.
Il popolo calabrese ha conservato nei secoli le proprie tradizioni e il gusto per le cose semplici e genuine; questi sentimenti hanno originato tutto il mondo emotivo che si riflette nell'osservazione diretta della natura circostante. Se poi a questi fattori si aggiungono gli elementi più tipici della cultura popolare calabrese, che ricorre sovente ad arcaici simbolismi, a forme apotropaiche, al senso cosmogonico delle ansie creative, alle ritualità magiche, ne scaturisce una sommatoria di emozioni che rendono ingenue e dense di originalità primitiva le figurazioni, e solidificano l'identità tra erte popolare ed artigianato. La caratterizzazione tipologica dell'artigianato calabrese è piuttosto varia, e si giustifica e si motiva con la realtà storico-geografica della regione stessa. La peninsularità e l'esasperata articolazione orografica hanno impedito l'unitarietà del tessuto connettivo, originando l'esistenza di numerose cellule geomorfologiche.
Nei periodi invernali, allorchè le "fiumare" - unico tramite per l'interno - erano impraticabili per le piene, il persitere di centri medievali collinari, vicinissimi e pur lontani tra loro per la precarietà dei collegamenti, costringevano le comunità all'autosufficenza produttiva. 
Si giustifica, così, il consolidarsi nel tempo della tradizione artigiana, il cui stimolo veniva appunto originato da necessità esistenziali.
Al pari di quello naturalistico e monumentale, il "paesaggio artigiano" calabrese è infatti un paesaggio ricchissimo, scandito da una molteplicitá di manufatti, forme e decori, in cui l´identitá e la specificitá della cultura regionale si esprimono in tutta la loro evidenza. Dalla tessitura all´oreficeria, dalla ceramica al legno, la Calabria offre ancora oggi – verrebbe da dire a dispetto dell´evoluzione della cultura tecnologica e della sua pervasivitá – un repertorio di prodotti, tutti rigorosamente lavorati a mano, in cui la creatività ed il virtuosismo individuale, l´accuratezza dell´esecuzione, la cura del dettaglio, il pregio estetico ed artistico, la preziositá figurativa, raggiungono esiti davvero straordinari e conferiscono all’opera artigiana locale un fascino, un’attualitá e una riconoscibilità simbolica particolarissime. La mostra–mercato allestita nella sede del Parco offre uno spaccato significativo della migliore produzione artigianale calabrese e dell’enorme patrimonio di abilità, saperi e competenze che i maestri artigiani locali si tramandano ormai da generazioni. Un patrimonio che va difeso e valorizzato, innanzitutto imparando a riconoscerlo, apprezzarlo e distinguerlo.
Carmelo Puleio@Copyright 

martedì 16 giugno 2015

POLISTENA e Le vie dei Mercanti

LE VIE DEI MERCANTI
Soggiornare a Polistena significa visitare le straordinarie e innumerevoli ricchezze del basso tirreno Reggino e se proprio si ha voglia di camminare, si va alla scoperta di alcuni percorsi che hanno preso la denominazione propria dai commerci interessati di un tempo.
Ci sono innumerevoli e antiche reti di sentieri che i mercanti Calabresi e non insieme a pastori, contadini abbracciano l'intera provincia di Reggio Calabria, dai centri costieri ai paesi dell'entroterra, senza mai toccare il mare, sospese sulle sue cornici montani.
Per verificare attraverso quali vie le popolazioni e gli individui si incontravano, e per vivere più consapevolmente e intensamente il nostro ambiente Aspromontano, è necessario conoscere a fondo il territorio, anche attraverso l'elemento più ovvio, le vie di comunicazione, ossia la fitta rete di strade, sentieri, mulattiere che lo hanno segnato nel passato, permettendo il nascere e il sorgere di incontri, e, talvolta, anche di scontri, che furono alla base della nostra civiltà.
E' importante distinguere i passaggi nati per soddisfare bisogni occasionali o, comunque, saltuari che diedero vita a piste o sentieri di importanza temporanea e solo locale, da quelli che hanno, nel corso degli anni, assunto una notevole rilevanza storica o che sono nati per precise esigenze di difesa da invasioni o di particolari traffici commerciali, o ancora dalle strade che sorsero su di un evidente progetto viario.
I percorsi che innestano i piedi del Parco Nazionale d'Aspromonte, partono da Polistena istmo tra lo Jonio ed il Tirreno ed hanno una valenza di grande rilievo perchè, da un lato, riattivano vecchie vie, sentieri e valichi, mettendo in evidenza fabbricati rurali, manufatti storicamente legati all'Agricoltura, al Commercio, alle relazioni sociale dall'altro potrebbero dare delle idee per la creazione di nuove economie, sfruttando a pieno il territorio più integro e meglio conservato.
Indescrivibili sono il paesaggio, la natura, il silenzio ed il profumo di questi percorsi e risalendo verso l'Aspromonte, possiamo ammirare da un lato la costa tirrenica e successivamente quella jonica.

domenica 31 maggio 2015

Epos di Calabria

La Calabria, una regione dalle suggestioni antiche e una cultura ricca di dettagli immaginifici hanno creato un inestimabile patrimonio di racconti, straordinariamente legati al territorio dai miti greci di Ulisse e Ligea alla Fata Morgana, fino a un'infelice amore nella Calabria borbonica.
Si perdono nella notte dei tempi le origini delle leggende calabresi, alimentate da una terra che da sempre evoca sentimenti di magia e stupore. Certo è, del resto, che si deve ai greci la fioritura dei miti e la loro scrittura, che ha permesso di tramandare fino ai nostri giorni le imprese di personaggi immortali. Gli stessi insediamenti della Magna Grecia affondano ne proprie radici nell'Epos: narra infatti la tradizione che fosse l'Oracolo do Delfi a indicare ai coloni il luogo più adatto alla fondazione di una nuova città. Così nacquero Rhegion, Kroton, Sybaris e altre importanti colonie che nei secoli divennero centri di diffusione della cultura ellenica.


Polistena si trova tra Medma ed Epizephyri via commerciale tra i due mari, le due meravigliose Coste: la Costa Viola e la Costa dei Gelsomini.immersa in una terra punteggiata di ulivi, e custodisce i tesori dei suoi artisti, Le decorazioni, gli stucchi o le statue di cartapesta e legno di Francesco Morano e della sua bottega, o le sculture e i dipinti dei fratelli Jerace sono molto importanti per capire lo stato dell'Arte Calabrese nel XIX secolo e all'inizio del XX.
Francesco Jerace è un importante scultore calabrese, noto per il suo contributo all'arte e alla cultura della Calabria. Nato nel 1853 a Polistena, Jerace ha realizzato numerose opere che riflettono la tradizione e la storia della sua terra. La sua arte è caratterizzata da un forte legame con il realismo e una profonda attenzione ai dettagli, che rendono le sue sculture particolarmente espressive.
Carmelo Puleio @Copyright 

sabato 23 maggio 2015

Le Opere di Vincenzo Luisa Jerace al Santuario di Polsi

Polistena, ai piedi del Parco Nazionale d'Aspromonte:
La situazione geografica della ridente città d'Arte la colloca ai piedi del Parco Nazionale d'Aspromonte , tra le località eccellenti vi è il Santuario della Madonna di Polsi nel territorio di San Luca.
Sacro e profano si intrecciano nella storia e nei riti di questo santuario, nel cuore selvaggio dell'Aspromonte, in un scosceso vallone di difficile accesso a circa 20 Km da San Luca.
Una antica sibilla e poi monaci basiliani si insediarono in questo luogo magico, successivamente abbandonato dai religiosi, forse per i rigori invernali.
Nel 1144 un bue fu trovato inginocchiato davanti una croce che aveva dissotterrato con corna e zampe e Ruggero il Normanno, assistendo all'evento, decise di erigere il Santuario.
Oggi Polsi è il luogo più importante per il culto mariano in Calabria.

 

L'Edificio originario è stato ampliato, ma dell'epoca della sua fondazione rimane il Campanile. Nell'interno un’erma bronzea con l’effige del Papa Pio X ed opera dello scultore calabrese Vincenzo Jerace del 1912  e una balaustra, oltre ad un dipinto su tavola con l'effige della Madonna della Lettera recante l'iscrizione 1715 opera di Vincenzo Luisa Jerace, e la Statua della Madonna con il bambino (fine secolo XVI) ritenuta miracolosamente e venerata da migliaia di pellegrini.
Rileviamo altresì una statua in bronzo di Pio XV che riteniamo sia custodita nella sala dedicata all'Artista Polistenese.
Dalla Calabria, dalla Sicilia, ma anche dall'estero, i devoti affluiscono numerosi percorrendo il tragitto accidentato, soprattutto nei primi tre giorni di settembre, quando la festa raggiunge il culmine.
Negli atti di devozione raffiorano forti gli echi della manifestazione quasi pagane del mondo contadino e pastorale strofinarsi sui muri, procedere scalzi oppure in ginocchio verso l'immagine della Vergine, sacrificarle l'agnello che poi verrà consumato in banchetto sono alcuni dei riti previsti dalla tradizione.
Alla statua della Madonna che viene portata in processione vengono lanciate spighe e fiori.
Le Opere di Vincenzo Luisa Jerace scultore Polistenese esaltano per bellezza in questo luogo sacro e importante della Calabria, poco distante dal santuario il monumentale Calvario del citato Jerace,
non vi è traccia, pare siano scomparse le lastre di bronzo realizzate per la Via Crucis  realizzate dallo scultore Polistenese.
In mezzo ad una balaustra in marmo, eseguita nel famoso Santuario, spicca una portella in bronzo in bassorilievo, rappresentante la storica tradizione del Santuario con una croce basiliana, ritrovata miracolosamente da un vitello sperduto tra i monti, dinanzi alla quale questo cade in ginocchio, mentre il pastore, per l'emozione che il prodigio gli incute, si copre il volto con le villose mani in atto di fervida adorazione. Quanta mistica poesia irradia questo sacro episodio, espresso dall'artista in una forma di semplice e comprensiva bellezza !
Vincenzo Jerace è un artista molto interessante, noto per le sue opere che riflettono la cultura e la tradizione della sua terra, Polistena. Nel Santuario di Polsi, che è un luogo di grande importanza religiosa e culturale, le sue opere contribuiscono a creare un'atmosfera unica e suggestiva. Jerace ha realizzato diverse sculture e opere d'arte che si integrano perfettamente con il contesto del santuario, esprimendo la spiritualità e la bellezza del luogo.

Carmelo Puleio @Copyright

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