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martedì 4 febbraio 2025

il terremoto a Polistena del 5 febbraio 1783

 Il Terremoto del 5 febbraio 1783

fu uno degli eventi sismici più devastanti della Storia d'Italia meridionale, parte di una serie di scosse che colpirono la Calabria e parte della Sicilia tra il febbraio e marzo di quell'anno.

Questo evento inaugurò una sequenza sismica durata diversi mesi, causando distruzioni su larga scala e un altissimo numero di vittime.


                                                                                              (Liquefazione in contrada Giuseppina)

Erano le ore 13,00 circa quando gli abitanti hanno avvertito la scossa sismica stimata tra 6.9 e 7.0 sulla scala Richter (stima moderna basata su studi storici e geologici.

L'Epicentro probabilmente localizzato nella Piana di Gioia Tauro vicino alla mia Polistena, ma l'area colpita fu molto ampia.


                                                       Rottura del terreno in Contrada Giuseppina 

POLISTENA fu completamente distrutta. Le fonti storiche descrivono la città come rasa al suolo, con pochissimi edifici risparmiati. Molti dei suoi abitanti morirono schiacciati sotto le macerie.

Si stima che nella sola Polistena morirono migliaia di persone con effetti devastanti sul territorio, infatti, vi sono stati fenomeni di liquefazione, con il suolo che si comportava come un fluido, causando il crollo degli edifici anche dove il terremoto era meno violento, frane che cambiarono la morfologia del paesaggio, modifiche del corso dei fiumi e la formazione di laghi temporanei.

Questo terremoto fu solo il primo di una serie di cinque fortissime scosse che colpirono la Calabria tra febbraio e marzo 1783. La sequenza sismica causò in totale oltre 30.000 vittime e modificò profondamente il tessuto urbano e sociale dell'intera Regione.

Dopo il disastro la Calabria fu oggetto di un vasto programma di ricostruzione sotto il Regno di Ferdinando IV di Borbone. Le città furono spesso ricostruite con criteri urbanistici più moderni e strutture più resistenti ai terremoti.

L'evento lasciò un segno profondo lla memoria collettiva Calabrese, ispirando cronache, racconti e studi scientifici sul fenomeno sismico.

Le cronache dell'epoca ci offrono descrizioni drammatiche degli eventi. Molti resoconti provengono da Religiosi, Funzionari Borbonici, e viaggiatori che visitarono la Calabria dopo il terremoto.

    • GIOACCHIMO MURAT, durante un'ispezione successiva agli eventi (anche se anni dopo il terremoto) descrisse POLISTENA come una città fantasma dove le macerie erano ancora visibili e le strutture provvisorie dominavano il paesaggio.

    • PADRE STEFANO MARINI, un frate cappuccino presente nella zona, scrisse di “un boato infernale, simile al ruggito di mille tuoni” seguito da un'oscillazione violenta che fece crollare chiese, case e palazzi in pochi istanti.

    • GIUSEPPE MARIA GALANTI, noto economista e viaggiatore, raccontò delle strade invase da macerie e dei corpi che giacevano tra le rovine, con i sopravvissuti che cercavano di scavare a mani nude per salvare i parenti intrappolati.

Le testimonianze evidenziano anche il panico collettivo e la convinzione di molti che si trattasse della “fine del mondo” , una percezione comune in epoche in cui i fenomeni naturali erano spesso interpretati in chiave religiosa.



La ricostruzione fu finanziata in parte dallo Stato Borbonico, che invitò architetti e ingegneri militari per sovrintendere ai lavori.

Il terremoto del 1783 non fu solo una tragedia, ma anche un catalizzatore di cambiamento della Calabria:

    • Stimolò studi scientifici sui fenomeni sismici, gettando le basi per la sismologia moderna in Italia.

    • Modificò profondamente la struttura sociale, poiché molte comunità dovettero riorganizzarsi dopo la perdita di intere generazioni.

    • Lasciò una eredità culturale che ancora oggi è viva nella memoria collettiva Calabrese, con racconti tramandati di generazione in generazione.

Carmelo PULEIO@ Copyright 


domenica 12 novembre 2023

Giovan Battista Marzano la storia dell’antico popolo italico

Gli Osci e la Calabria: negli studi del Polistenese di nascita Giovan Battista Marzano la storia dell’antico popolo italico


Il progetto riporta alla luce di scritti dello storico e antropologo che indagò le origini della civiltà collegando contesti territoriali tra Campania, Calabria, Lazio e Toscana. Il volume verrà presentato anche in varie iniziative culturali nel Vibonese. “Delle origini calabre, ossia Studi storici intorno agli Osci”. Con il primo volume, Brè edizioni (Treviso), prende il via il progetto di una Collana scientifica editoriale “Collezione I Marzano” che prevede la pubblicazione, passo passo, dell’intera produzione di Antonio, Giovan Battista, Giuseppe e Domenico Marzano. La prima tappa di questo percorso è rappresentata dagli scritti di Giovan Battista Marzano secondo, di cui Concetta Silvia Patrizia Marzano, che ne cura in toto la raccolta, è diretta discendente e pertanto legalmente proprietaria dei diritti morali. Ma come nasce il progetto? Come si legge nella prefazione, vi è la «necessità, non solo scientifica ma anche morale, di preservare dall’oblio un immenso patrimonio di studi e scritti, che spaziano dalla storia all’archeologia, dall’araldica alla genealogia, dalla glottologia all’antropologia e altro ancora, e dall’opera di saccheggio che ha visto nel tempo fiorire libri e tomi che hanno attinto a piene mani dagli autori di cui ci preme preservare il grande lascito. La meraviglia di leggere, e aver voglia di rileggere, questi scritti conferma tutta la freschezza e l’attualità dei loro studi, ancora in larga parte non superati». Gli scritti sono frutto di ricerche sul campo, in modo particolare presso «gli archivi locali che hanno superato le offese dei terremoti, delle termiti e, in passato, della poca cura» o scavi archeologici che nei decenni hanno interessato il comprensorio vibonese. Approfondimenti e scambi di idee che hanno portato anche a «corposi carteggi epistolari con studiosi di Francia, Germania o della stessa Italia, unita ma fisicamente lontana dalla nostra regione, allora troppo isolata». I volumi e il progetto raccontano una storia “familiare” ma coinvolgono inevitabilmente non solo Vibo Valentia e Briatico, dove restano vive testimonianze grazie alla presenza di palazzi storici, ma anche Sessa Aurunca, Laurena di Borrello, Candidoni. Luoghi che segnarono la vita e le vicissitudini dei Marzano, famiglia di antiche origini. Basti pensare che il nome Marzano era già attestato dal 1230, ai tempi del Re Federico II di Svevia, con Riccardo e Giovanni Marzano. La famiglia, proprietaria di numerosi feudi, ricoprì le più alte cariche del Regno di Napoli: Conti di Alife, Carinola, Melfi, Montalto e Squillace nonché Duchi di Sessa Aurunca e Principi di Rossano. La collana inizia con la produzione di Giovan Battista (II), la più corposa tra i quattro autori. Fu un profondo umanista e grande letterato, oltre che storico, antropologo, genealogista e araldista. Ma perché i suoi studi si sono concentrati sugli Osci? L’intuizione viene dedotta tra le pagine della prefazione a cura del ricercatore e studioso Roberto Naso Naccari Carlizzi. Tutto parte da Sessa Aurunca. «La città che fu infeudata alla sua famiglia, la città fondata dagli Osci e facente parte della Pentapoli. Un popolo presente anche in Calabria, patria d’elezione per scelta degli antenati. Il Marzano, per dirla in parole povere, si è mosso in casa, tra le sue cose, tra le sue proprietà, nel dna profondo della storia che osserva, studia e porta dentro, come missione e da argonauta. Tutto torna, non è un caso».

Giovan Battista Marzano 

Gli osci e la Calabria

Ma chi sono gli Osci? «Gli Osci furono, oltre che il popolo più antico, anche i primi abitanti della nostra penisola ancor prima delle invasioni ioniche e doriche provenienti dalla Grecia in due momenti distinti, aventi come spartiacque la guerra di Troia e con differenti gradi di civilizzazione. La prima analisi che propone il Marzano, è di natura glotto-linguistica attraverso lo studio e l’analisi dei lemmi Osco ed Opico. La seconda, dimostrando come il popolo osco nelle varie parti d’Italia abbia preso distinti nomi, non perché diversi tra loro e provenienti da altri luoghi, ma per normale distinzione locale con la variazione del nome presa o da un toponimo o magari dal capo della “nuova colonia” o dalla presenza di una determinata coltura. Una dimostrazione di come, già all’epoca, il localismo ed il particolare fosse motivo di orgoglioso distinguo e indipendenza tra le varie tribù e dalla di origine. Osco od Opico, da Opi, terra, che aggettivata significa uomo nato dalla stessa terra, originario della contrada». Questo popolo ebbe il primo stanziamento «in Opicia, area individuabile nelle alture sopra l’attuale città di Napoli, prima della fondazione di Cuma ad opera dei coloni greci. L’area si estendeva fino alla Calabria del nord, la parte corrispondente alla provincia di Cosenza, nell’alto tirreno cosentino. Col tempo gli osci si espansero occupando quindi senza alcuna dipendenza dalla “madre patria” altri territori fino a giungere in Umbria, Toscana, Lazio, Emilia». Il Marzano, per i suoi studi, cita una «serie di storici e scrittori antichi: Strabone, Virgilio, Erodoto, Plinio, Ovidio, e molti altri ancora». Così l’opera riesce a rispondere «in modo scientifico a tutti i quesiti che l’autore si è posto per corroborare le sue tesi iniziali, dando risposte plausibili, argomentate soprattutto dai ritrovamenti archeologici, di iscrizioni, vasi, frammenti, epigrafi e di come la presenza di questo popolo non fu né effimera, né barbara, né limitata a una piccola area».

Giovan Battista Marzano è un autore noto per il suo interesse nella storia e nella cultura dell'Italia antica, in particolare per quanto riguarda i popoli italici. La sua opera si concentra sull'esplorazione delle origini, delle tradizioni e delle interazioni tra le diverse tribù italiche che abitavano la penisola prima della dominazione romana.

Marzano analizza le caratteristiche sociali, economiche e religiose di questi popoli, evidenziando come le loro storie si intrecciano e si influenzano a vicenda. Attraverso un approccio dettagliato e ben documentato, il suo lavoro offre una visione affascinante di un periodo cruciale nella formazione della cultura italiana.

@ Carmelo PULEIO 


martedì 7 novembre 2017

Chiesa Madonna della Catena a Polistena

Chiesa  Madonna della Catena
La Chiesa sorge sin dal 1894 ed è meta di numerosi pellegrini, L’epigrafe posta sul frontespizio della Chiesa recita:
Quanto celerius
Dira vis terraemotus olim subvertit
Templum
Divo Nicolao de tolentino hic dicatum
Tanto promptuius
Meliori presidi mariae de catena
Eadem orrenda vi terram contutiente
Anno Sacellum super vetustis Ruinis
Erexit
Cooperante Josepho Nicastro

Traduzione:
“Quanto più rapidamente un tempo, la funesta forza del terremoto distrusse il tempio dedicato in questo luogo  a S. Nicola di Tolentino, tanto più velocemente il sentimento religioso sollecitato dalla medesima orribile violenza che scuoteva la terra, promotore Giuseppe NICASTRO, questa Chiesa fece erigere su quelle rovine antiche nell’anno 1894, intitolata a Maria SS. della Catena, a più sicuro patrocinio”
Il pellegrinaggio in questa chiesa è ancora oggi attivo più che mai, la Madonna, infatti, è la protettrice degli emigranti, dei carcerati e delle partorienti, la festività della Catena a Polistena, apre  le feste cittadine, infatti, al passaggio dei giganti e dal suono dei tamburi, subito dopo la Pasqua inizia il triduo di preghiera dove ancora oggi, tantissimi fedeli intonano canti dialettali, nella Chiesa, oltre alla Statua della Madonna della Catena è custodito il Bambinello di Praga.
La Chiesa è stata ristrutturata nell’anno 2000 su iniziativa di devoti fedeli, da ricordare che la custodia della Chiesa da oltre cento anni è affidata alla famiglia Nicastro da cinque generazioni 



La Chiesa della Catena

Costruita in tardo periodo rinascimentale, al di là del Torrente Vacale, e distrutta dal terremoto del 1783.Ricostruita al di quà del Torrente, nell'a. 1784, sui ruderi della diruta Chiesa di S. Nicolò da Tolentino e rifatta in tardo periodo neoclassico (a. 1894).

Facciata con iscrizione-ricordo della ricostruzione settecentesca.

Madonna della Catena (col Bambino Gesù), gruppo statuaria in cartapesta, replica dell'originale scultura lignea di Francesco Morani, distrutta da un incendio (gruppo collocato sull'Altare Maggiore, in loculo inquadrato da colonne con capitelli di stile composito).
S. Giuseppe, statua lignea scolpita a tutto tondo e a completa figura, opera antica, risale al 1700 circa, restaurato diverse volte, ma non si conosce l’autore.

Madonna della Catena, dipinto ad olio su tavola, opera secentesca di bottega meridionale.

Sull'area in cui sorge la chiesa era presente un altro luogo di culto, dedicato a san Nicola da Tolentino, che venne distrutto dal terremoto che colpì la città di Polistena nel 1783  Il nuovo luogo di culto venne eretto tra il 1894 ed il 1895 per volontà Giuseppe Nicastro. Un'epigrafe all'interno è posta a memoria di tali eventi
La chiesa, a navata unica, ospita al suo interno una statua della Madonna della Catena in cartapesta, copia di una in legno di Francesco Morani, distrutta in un incendio, una statua lignea di San Giuseppe, dello stesso autore, ed una statua del Gesù Bambino di Praga.


La Chiesa di San Francesco da Paola


Chiesa di S. Francesco da Paola 

Chiesa di S. Francesco da Paola


La Chiesa di San Francesco da Paola

La Chiesa risale al 1739 costruita da artigiani locali, custodisce opere dei Morani, Cannata, Pulpito scolpito da Michelangelo Parlato.
Pulpito scolpito da M. Parlato 
Sorge a brevissima distanza da quella del SS. Rosario. E’ mononavata ed ha nella facciata, un imponente portale litico e due statue in terracotta. Conserva due pregevolissime statue lignee di San Francesco di Paola (una settecentesca ed una attribuita alla mano di Francesco Morani) una lapide con iscrizioni del 1730 già appartenuta al Convento dei Paolotti (di recente fu donata alla Chiesa dal Duca Avv. Nicola Riario SFORZA); un pulpito marmoreo con sculture, opera di Michelangelo Parlato, stucchi di Salvatore Angilletta. Nello spazio antistante la Chiesa, vi fa bella mostra una croce litica del 1739 ,( ristrutturata nel 1982 su iniziativa del geom.  Carmelo PULEIO che operava quale geometra nell’Ufficio Tecnico Comunale nei lavori esterni, convinse l’allora l’A.C. alla realizzazione di un recinto con pietra granitica quell’obelisco del 1730, un ringraziamento doveroso, va fatto  dell’A.C. di Polistena ed in particolare all'Assessore Peppe Giancotta, che una volta illustrato il progetto ha pressato la realizzazione proposta. consentendo solo la recinzione, ma non completare l’opera che necessita una eliminazione delle parti di cemento, e la realizzazione di una aiuola)

Obelisco 
Ivi trasferita dai Paolotti che, originariamente, furono in Contrada San Francesco, nei pressi della Contrada Belà.
                                                      Esterno di sobria architettura.
Le Statue di S. Francesco d'Assisi a sinistra e S. Antonio da Padova a destra


Processioni: San Francesco, la settimana dopo la fiera della Catena, vi è la festa di San Francesco di Paola , tutto il Piazzale antistante la Chiesa e la vicina Piazza del Popolo, sono popolate da bancarelle e da fedeli.
La Banda Cittadina intona la musica con le tradizionali marce percorrendo le  principali Vie cittadine.
Edificio neoclassico dei PP. Francescani, eretto nel 1841 sulle rovine del vecchio Convento Francescano della sede, e rifinito e decorato nel 1953, su progetto dell'Architetto S. Angilletta, e inaugurato l'11 febbraio 1955.
Armonico interno, mononavato, con pregevole complesso ornamentale di arcate a tutto sesto, capitelli jonici, trabeazione.
Alle estremità e alla sommità delle arcate, grandi pannelli triangolari, con intreccio ornamentale ad altorilievo.
All'imposta delle arcate, plastico di significazione liturgica, a fogliame di viti ed uva.
Altare Maggiore decorato da fastigio colonnato, trabeazione e timpano, con icona di S. Francescano di Paola.
Altare di Santa Fara (a destra, nella navata), opera di artistica miniatura nei capitelli e nel fregio.
Pergamo marmoreo colonniforme, sormontato da figurazione del Libro dei Vangeli e da ringhiera iscritta (opera di M. Parlato).
La traversata dello stretto di Messina  opera del pittore Polistenese di Ugo Borgese




il Santuario della SS. Trinità a Polistena

Il Santuario della SS. Trinità di Polistena 

Rappresenta il Monastero e la presenza dei frati brasiliani in Polistena, infatti, nella vicina abitazione dei Valensise pare ci sia stato un Monastero dei frati Basiliani.
Dell'originale edificio si hanno notizie già dal 1541, quando fu aggregato alla Basilica Lateranense di Roma, poi esso fu raso al suolo dal disastroso terremoto del 1783. Ricostruita poco dopo, la chiesa, a navata unica, esternamente si presenta con facciata a due piani con due ordini di colonne granitiche (opera di Raffaele Rovere, capo-mastro Polistenese dell'800), per la muratura perimetrale, mentre la facciata fu realizzata partendo dai disegni di Francesco Morani (1804). Le colonne granitiche furono invece montate dal padre di Francesco Jerace.
Delle opere rimaste, interessanti sono la tempera su tavola raffigurante la Madonna dell’Itria, di ignoto “Madonnaro” della fine del sec. XVI e la tempera su tavola raffigurante la SS. Trinità, attribuita a Giovan Battista VALENSISE (1824 – 1859).
L’Opera più importante rimane la statua della Madonna dell’Itria , opera dello scultore Vincenzo Scrivo di Serra San Bruno, realizzata tra il 1798 ed il 1799 restaurata dall’artista Polistenese Giuseppe Pesa nel 1996. Nell’anno 1997 la Diocesi di Palmi – Oppido eleva la Chiesa della Trinità a Santuario Diocesano, con il titolo “Santuario di Maria SS. Dell’Itria” e nel Giubileo del 2000 è indicata nel segmento Turistico di visite Spirituali.
Il Santuario è luogo di forte preghiera spirituale, 
il sito particolare della Chiesa ha una ampia bellavista, da dove si può contemplare la lussureggiante distesa della Piana di Gioia Tauro, il vicino profilo luminoso del mar Tirreno dove si intravedono ad un tiro di schioppo le altissime gru del Porto di Gioia Tauro e non solo, nelle giornate limpide possiamo ammirare le Isole Eolie e la vicinissima Stromboli più vicina alla Calabria che alla Sicilia.
Una lapide in marmo affissa sul lato dx della Chiesa recita:

Curas noerentes linque, eia animique dolores:
Montes, Neptumumque vides, et munera campi.
Manfrè Sid. MDCCCX.



Una volta durante la festività  dell’Itria venivano benedette le autovetture con una sfilata delle auto e dei ciclomotori, accompagnati dalla sirena dei Pompieri.
antica foto della Madonna dell'Itria 

La festa dell’Itria, nella tradizione popolare cittadina fa ballare i Giganti il re e la Regina seguiti da tamburi e grancassa al ritmo di 6 ottavi 
Statua della Madonna dell'Itria restaurata


Vi sono inoltre un portale in pietra e una vistosa cupola di piastrelle maiolicate policrome. La cripta conserva i resti di numerosi illustri cittadini legati alla Confraternita; nella navata di sinistra, sotto il gruppo statuario della Deposizione, è visibile la sepoltura di Donna Ottavia Valensise Fazzari (S.Giorgio M. 1829- Polistena 1861), moglie prematuramente scomparsa del musicista Michele Valensise (1822-1890) e molto amata in paese per le sue numerose opere caritatevoli.
All'interno si conservavano una serie di "tesori", alcuni dei quali però andarono distrutti o seriamente danneggiati a causa dell'incendio del 22 maggio 1988, causato da un probabile corto circuito partito dal soffitto in legno a cassettoni (opera dell'ebanista polistenese Francesco Mancuso nei primi anni del Novecento, è stato ricostruito ex novo nel restauro della chiesa), per poi propagarsi alle altre strutture.
Malgrado i lavori di ripristino conclusi nel 1996, la chiesa oggi si presenta rimaneggiata; tuttavia all'interno si conservano varie opere, tra cui: una piccola icona posta sull'altare maggiore raffigurante la Santissima Trinità, ed è copia in dimensioni ridotte del quadro originale del pittore locale Giovan Battista Valensise (1824-1859), rubato dalla chiesa tanti anni fa; l'altare maggiore in marmi policromi fu ricostruito nel 1871 per volontà dell' Arcivescovo Domenico Maria Valensise (1832-1916) e proviene dall'antico convento dei Domenicani, distrutto nel terremoto del 1783. L'altare ha subito importanti danni nell'incendio del 1988 ed è stato restituito allo splendore originario dopo un lungo e difficoltoso restauro.
Continuando la descrizione delle opere d'arte della chiesa, da segnalare un quadro di Brunetto Aloi del 1852 rappresentante la Madonna dell'Itria, attualmente non custodito in chiesa, così come una tempera su tavola della fine del XVI secolo sempre raffigurante la Madonna dell'Itria, e di ignoto "madonnaro" locale; un imponente gruppo statuario ligneo della Madonna dell'Itria, opera dell'artista serrese Vincenzo Scrivo del 1798, e che fu eroicamente strappato alle fiamme del suddetto incendio da alcuni giovani Polistenesi, ancor prima dell'intervento dei vigili del fuoco (tale gruppo statuario viene portato trionfalmente in processione la seconda domenica di luglio per l'omonima festa); un altro imponente gruppo statuario in legno e cartapesta raffigurante la Deposizione (in dialetto "Schiovata"), in cui la scultura del crocefisso è opera di Francesco Morani mentre le altre statue in cartapesta furono modellate da Vincenzo Morani, e un tempo la "Schiovata" veniva fatta uscire il venerdì santo (la processione non si svolge più già da parecchi decenni per problemi organizzativi); un artistico pergamo in ferro battuto del 1885 (opera dell'artista polistenese Francesco Tripodi); le statue di san Giovanni Battista (con annesso altare in stucchi di Francesco Morani fatto a devozione del padre di Francesco Jerace nel 1859, alla base è annessa targa che lo dimostra), santa Lucia, san Raffaele e san Francesco d'Assisi, scolpito sempre dal Morani nel 1854. 
Infine dopo l'incendio sono stati installati sulle mura perimetrali (in gran parte rivestite anch'esse di marmi policromi) dei quadri con i momenti della Via Crucis.
Piazzale Trinità
Tra le opere distrutte, da menzionare il coro in legno, non più ricostruito, e soprattutto la grande pala d'altare del messinese Natale Carta, raffigurante sempre la Madonna dell'Itria, sostituita da una parete bianca al cui centro è stato posto un grande Crocefisso in legno e cartapesta con le braccia del Cristo mobili, restaurato nel 2015, che fino ad alcuni decenni fa veniva usato durante la funzione liturgica dell'agonia il Venerdì Santo.




La Chiesa dell'Immacolata Concezione di Polistena

La Chiesa dell’Immacolata Concezione

Già Chiesa del Convento degli Osservanti, ristrutturata nel 1992 circa, con impegno finanziario personale del Sacerdote Don Giuseppe Falleti, la Chiesa, ad una sola navata ha una imponente cupola in legno lamellare,con all’esterno un rivestimento in tegola canadese, all’interno conserva un pregevole altare settecentesco, con marmi policromi, mentre la statua marmorea di S. Lucia, viene attribuita al grande Maestro Pietro Bernini, Francesco Jerace ha rifatto la mano destra perché rotta.


Conserva inoltre, la Statua dell’Immacolata Concezione, opera in legno del 1833 dello Scultore Serrese: Vincenzo  Zaffiro,  in seguito, restaurata da Francesco Jerace, e la statua del S. Antonio da Padova pare che sia intorno al 700, recentemente restaurata dal Prof. Francesco Marafioti di Monasterace.
S. Diego, statua lignea ottocentesca, opera del polistenese Francesco Morani.

S. Antonio e Crocifisso, opere lignee a tutto tondo e a complete figure, di Morani, nel sec. XIX, e successivamente ridipinte da restauratore meridionale.
Busti marmorei di devoti, opere di botteghe marmorarie del '700.

Fonte battesimale marmoreo, opera novecentesca di S. Angilletta.
 La Torre Campanaria ottocentesca dell'edificio è stata demolita nel 1970, perché pericolante. 



      

La Chiesa del SS. Rosario di Polistena

La Chiesa del SS. Rosario

La Chiesa del SS. Rosario 
La Chiesa del SS. Rosario è senza dubbio, una delle più belle della nostra Piana.
La sua costruzione risale alla fine della prima metà del XIX secolo, e più precisamente intorno al 1852 -1862.
Progettata accanto all'antica Cappella di S. Giuseppe, che ora serve da oratorio, e di cui si può vedere la facciata esterna vicino al campanile di sinistra.
Per la sua costruzione venne impiegato e sapientemente utilizzato il materiale reperibile nel circondario.
La configurazione della facciata rivela un sorprendente effetto plastico dovuto alla composizione equilibrata di pieni e di vuoti.
La chiesa si presenta di stile baroccheggiante, con la parte centrale concava e i due campanili laterali convessi che formano delle morbide curve.
Altare principale opera dell'arch. Luigi Giffone 
Nella facciata esistono tre ordini di colonne: uno gigante nel piano inferiore, coincidente con l'inizio della volta a botte interna; un ordine minuto, costituito da paraste sulle quali si staglia il timpano concavo; il terzo ordine scompare nella parte centrale mentre prosegue nelle parti laterali, i campanili. Da questi ultimi non si accede più all'interno della Chiesa che non presenta tracce di scale o altro che permetta la salita sulla torre, ma in passato vi era la comunicazione situata nei pressi dell'Altare dei Santi Cosma e Damiano che negli anni '60 fu demolito e sostituito dal Battistero.
Fonte Battesimale progettata dall'architetto Luigi Giffone con il Cristo di Michelangelo Parlato.
La Chiesa è di forma basilicale a tre navate, con la navata centrale voltata a botte con
l' intersezione di alcuni cilindri che fungono da finestre.
La struttura portante principale - che separa la navata centrale dalle laterali - è formata da colonne di diverso materiale e stile.
Le sei colonne di granito che reggono parte della costruzione sono di ordine dorico, mentre quelle in muratura sono corinzie. Le navate laterali si compongono di cinque volte a vela a sesto ribassato.
Sul transetto, separato dalle navate da un gradino, si trova la cupola centrale, anch ' essa voltata a vela, formata da una sfera intersecata da quattro cilindri nei quali si ricavano le lunette per lasciare spazio alle finestre.
L' abside, allungata essendo la Chiesa a forma di croce latina, è rialzata dal piano del transetto da tre gradini e in epoche passate era separata da questo da una balaustra di muro nero.
All'interno la luce arriva da vetrate istoriate rappresentanti i quindici Misteri del Rosario.
Le absidiole terminano con una serie di altorilievi e stucchi di pregiata fattura.
Interessanti sono le due serie di quattro altorilievi che si trovano nella cupola centrale che decorano l'intera Chiesa. Mentre la serie più alta è dedicata ad un solo soggetto, i quattro Evangelisti -altorilievi realizzati a stucco da Francesco Morani, quella inferiore raffigura scene varie di beati. Tutti gli altri altorilievi e gli stucchi sono di Francesco Morani e dei figli Fortunato, Vincenzo ed Emanuele di professione architetto disegnatore.
Di Francesco Morani sono ancora le statue di San Giuseppe, San Vincenzo, l'Addolorata vestita, i Santi Cosma e Damiano e la Madonna del Rosario.
AlI' ingresso, ai due lati della porta centrale, sono posti due grandi medaglioni in legno sui quali il pittore Marino Tigani dipinse -nel 1926 -le figure di San Domenico e di Santa Caterina.
San Domenico 
Santa Caterina 

Nell'abside, sopra l'Altare Maggiore, si trova un grande dipinto di Roberto Carignani, rappresentante 1'apparizione della Vergine che porge il Rosario a San Domenico.
Del Carignani è anche il grande dipinto sul soffitto della navata centrale che rievoca il miracolo di un soldato morente, al quale appare la Madonna del Rosario durante la 1^ guerra mondiale.
Tuttavia, in passato la Chiesa fu soggetta a ricostruzioni e modifiche dovuti rispettivamente sia ad eventi naturali che umani.
Le prime sono da ascrivere ai terremoti del 1905 - 7 - 8 che causarono danni alla volta della navata centrale, tali da necessitare la sua "demolizione e ricostruzione" mentre le seconde (avvenuti negli anni 60, quasi in concomitanza con la trasformazione del Rettorato del SS. Rosario in una delle tre Parrocchie che attualmente operano in Polistena), riguardano: 1'altare dedicato a San Cosma e Damiano e 1'abside.
Al posto del primo venne costruito il Battistero, su disegni dell'Arch. Luigi Giffone, una sfera di granito sovrastata da una statua in gesso di Cristo, opera dello Scultore Michelangelo Parlato.
Mentre l'abside, anche per obbedire ai dettami del Concilio Vaticano II°, subì diverse modifiche e cioè l'eliminazione della balaustra, la rimozione di parte dell'altare dal sito originario e sua collocazione all'inizio dell'abside, la riduzione del coro in legno, interessante testimonianza dell'artigianato polistenese dell’Ottocento.
i gruppi dei Misteri (di L. Prenestino).

Processioni: Madonna del SS. Rosario, L’Addolorata il Tumulo ed i Misteri del venerdì santo. 

La madonna nella giornata di PASQUA incontra in piazza del Popolo il Cristo nell’Affruntata.



La Chiesa Matrice di POLISTENA

Chiesa Matrice
La Chiesa Matrice cittadina, risale intorno al XVI Sec. Di forme barocche, è stato ricostruito dopo il terremoto del 1783 ,successivamente, ristrutturato ed ampliato nel 1852, restaurato e decorato nel 1884, e negli anni successivi.
La facciata è adornata da paraste e cornici col fastigio terminante a cuspide. 
Il portale barocco, con stipiti litici, la torre campanaria a pianta quadrata.
L’interno  è a tre navate  divise da pilastri e con volte e custodisce una vigorosa opera cinquecentesca a bassorilievo che in 14 figure in marmo, del sec. XVI di animosa plastica rinascimentale rappresenta : Pala marmorea, ( Monumento Nazionale) che raffigura la deposizione della Croce di N.S.  Gesù Cristo, datata a. 1503 è attribuita a Giovanni Merliani da Nola detto Giovanni da Nola, in suntuoso fastigio con colonne joniche, trabeazione, fregio scolpito, cimasta con Dio Padre, mensa con gradini, ciborietto templare (cinquecentesco, restaurato), lapide iscritta (con la narrazione delle vicende della insigne pala, dal Sec. XVI al Sec. XVIII).
Inserita in un grande altare posto alla parete di fondo del transetto destro, ad altorilievo ma con figure che tendono quasi al tutto tondo. La scena organizzata su due ampi registri in corrispondenza tra loro, la Vergine sorretta dalle pie donne e la figura del Cristo quasi schiodato, si compone di 14 figure i cui movimenti plastici, di una forte tensione muscolare hanno evidenti stilemi michelangioleschi. Inoltre la scena è molto ricca di significati e deriva da un modello iconografico ben noto nel 500 dove nulla era casuale. Interessante è ancora la simbologia qui presente che si deve far risalire ad una tradizione figurativa antica. Il numero 7 delle figure in entrambi i registri, ricondurrebbe alla tradizione cabalistica che vede in questo numero (3+4) il numero perfetto, mistico, il simbolo dell’unione tra il dispari e il pari, il maschile e il femminile.Allo stesso modo accanto alla croce appaiono gli antichi simboli del sole e della luna ad indicare la ciclicità del tempo naturale superato dall’eternità divina.
Di notevole interesse è la Campana maggiore fusa nella stessa Polistena, il 1700 per Girolamo Olita da Vignola.
Abside decorata dal pittore Ugo Borgese 1962.
Altare del Sacro Cuore in noce, con fastigio ligneo di stile moresco, opera di G. Silipo (Sec. XIX). Fra le dotazioni del tempio: Santa Marina, statua lignea settecentesca di bottega meridionale. San Michele, statua lignea a tutto tondo e a tutta figura, opera ottocentesca di artisti Polistenesi. Madonna della Lettera, icona rinascimentale dipinta ad olio su tela, con adattamenti del Sec. XVII (mani della Vergine e mani e piedi del Bambino “a rilievo”.Manto della madonna e del figliuolo in lacrime argentee sbalzate (1774).
 Statua di Santa Marina nel prospetto principale esterno

La Cena, tela dipinta ad olio, opera ottocentesca di Francesco Jerace (quadro in ricca cornice, nella Cappella del SS. Sacramento).
La Resurrezione di Lazzaro, affresco di Carmelo Zimatore delle dimensioni di 4,00 x 6,00 (nel soffitto cassettonato della navata mediana).
Fonte battesimale ligneo intagliato templiforme, con colonne e cuspide figurata (1782).
Il Coro ligneo eseguito dai germani Giuseppe e Giovanni Silipo, (famosi ebanisti Polistenesi dell’ultimo 800) con 32 stalli intagliati ottocenteschi.
Tondi a monocromato, del pittore ottocentesco Grillo.

la Chiesa Matrice, ingresso principale

Abside Opera di Ugo Borgese

Il soffitto della Chiesa realizzato in cassettoni di legno è opera dei fratelli Mancuso, ebanisti Polistenesi, al centro del soffitto vi è un dipinto ad olio su tela delle dimensioni di mt. 4 x 6 di Carmelo  Zimatore, raffigurante la “Resurrezione di Lazzaro”.
Interessanti le vetrate artistiche dell’artista Polistenese Giuseppe Niglia e le tavole in bronzo della Via Crucis.
Processioni: Santa Marina protettrice di Polistena , San Rocco, la processione del venerdi Santo del Cristo in Croce e la domenica il Cristo con l’affruntata.  
  

parte alta della pala marmorea

Posso affermare secondo le mie ricerche che l’autore della Pala Marmorea di Polistena è senza ombra di dubbio dello scultore GIOVANNI MERLIANO detto Giovanni da Nola, nell’arte raffigurativa ha rappresentato il Rinascimento anche nell’arte, a Napoli sicuramente era più affermato che a Nola.
Le sue opere in legno ed in marmo furono numerose e pregevoli e danno la misura esatta della valentia del grande artista Nolano.
Fu discepolo di Pietro Belverte che si faceva chiamare il Veneziano, e da questi imparò l'arte di intagliare il legno.Dopo aver lavorato per circa dieci anni nella bottega del suo maestro, dal 1510 incominciò ad operare da solo.
E’ suggestiva l’idea che il Merliani ha collaborato con Fra Giovanni Angelo MONTORSOLI a Nola nella realizzazione dei tre pastori. Secondo la lapide apposta sul lato destro dopo la restaurazione della pala marmorea, si precisava che la pala è stata trovata su una barca in un naufragio di marinai che trasportavano questa meravigliosa opera d’arte, è stata recuperata e conservata da un privato cittadino per diversi anni nella propria abitazione e poi successivamente trasportata a Polistena e sistemata nella ex Chiesa di Santa Maria distrutta dal terremoto del 1783, attribuendo  l’opera a scultori del messinese, a Messina in quel periodo, dalla scuola Michelangiolesca operava con bravura Fra Giovanni Angelo Montorsoli firmando opere importanti nel  Duomo di Messina e nella città di Messina e si pensava che l’opera fosse sua, ma dai studiosi di Giovanni Merliano detto Giovanni da Nola dicono espressamente che l’opera è sua, io aggiungo e se nel periodo che i due artisti hanno lavorato insieme a Nola nella esecuzione dei tre pastori, si potrebbe ipotizzare che l’opera della Pala Marmorea di Polistena sia stata eseguita da entrambi.?
Nel 1517 eseguì per i monaci di Monte Oliveto una Crocifissione. Nel 1519 eseguiva per Jacopo Sannazaro un presepe contenente molte figure, nella chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina. Di quest'opera restano soltanto cinque figure mal conservate: la Vergine, San Giuseppe, un pastore che regge un cestello, un altro che porta un agnello ed un terzo in atto di adorazione.
Tra il 1519 ed il 1520 eseguì sempre in legno uno dei suoi migliori lavori, un «Ecce Homo», che fu trovato in un deposito ed ora trovasi nella chiesa di Santa Chiara in Napoli. In quest'opera egli superò se stesso, raggiungendo una perfezione oltre alla quale non potrebbe più andare.Nella stessa chiesa di Santa Chiara eseguì dopo circa dieci anni un vero capolavoro: il monumento funebre di Antonia Gaudina morta a 16 anni nel giorno delle nozze.
Nella cattedrale di Belping in Spagna si ammira ancora oggi un monumento marmoreo dell'ammiraglio della flotta spagnola, Cardona, morto in giovane età. Esso fu fatto erigere dalla moglie a Napoli nel 1524/25 ed in seguito smontato e trasportato in Spagna.
Il Merliano eseguì lavori anche in Calabria, a Polistena, nella chiesa di Santa Maria. Egli scolpì una Pala (grande tavola di marmo), posta sull' altare maggiore rappresentante « La Deposizione ».
Seguì tutta una serie di opere non tutte però dotate di talento artistico. Fra le opere che eseguì a Nola restano soltanto un San Girolamo ad alto rilievo che si conserva nell'appartamento privato del Vescovo di Nola, ed un San Giovanni Battista.
Sull'arte di Giovanni Merliano i pareri dei critici sono stati e sono discordi. Qualcuno, come G.B. Armerini lo definiva il «Michelangelo Partenopeo » per una certa sua maniera di disegnare; qualche altro invece, come il Vasari, mentre lo definiva « scultore meraviglioso », non esitava poi a dire che la sua arte era di buona fattura, ma con non molto disegno. Entrambi esagerarono e sono in errore perché il giusto è sempre nel mezzo tra l'eccesso ed il difetto. Comunque il Merliano è senz'altro un artista degno di nota e può essere considerato il più valente fra gli scultori meridionali del Rinascimento. La sua arte è il frutto più genuino di una coscienza artistica educata al classicismo.
Egli nacque a Nola da Giuseppe e da Eleonora Cortese nel 1487. Morì a Napoli nel 1558 e riposò per sempre nella chiesa di San Lorenzo. Sulla tomba vi è un'epigrafe di Luigi Tansillo che così aveva cantato di lui in un sonetto:
Quando dopo mill'anni, e mille lustri, Andran la gente ad onorar la tomba, Giovanni, ond'oggi il nome tuo rimbomba Sovra quanti fur mai scoltori illustri,
Beata man, che col martello illustri
Le glorie altrui, più ch'altri con la tromba Diran, pura per l'aria qual colomba
Voli tua fama, e 'l mondo corra e lustri. Lodando ammireran l'alta scoltura Che rende un marmo nudo via più caro Di quante gemme il mar tutto dar possa.
Ma via più loderan l'alta ventura Del marmo, che le stelle destinaro Ad esser tomba di sì nobil ossa.
Ritratto dipinto da N. Verzighelli, 1902 (collez. arch. Ugo Palo)











Le Chiese di Polistena secondo il Paccichelli

Le Chiese di Polistena 
L e   C h i e s e :

Secondo il Paccichelli e nella pubblicazione della Monografia di Polistena del Valensise, vi erano 10 Chiese secolari, ed erano dedicate o come volete dire intitolate alla SS. Trinità, a Santa Marina, a S. Rocco, a San Ciriaco,  a San Sebastiano, a San Giuseppe, a San Giovanni, A Santa Maria della Catena, a Santa Maria degli Angeli e a S. Maria del Campo. Le prime cinque erano consacrate, e celebravano in designati giorni la festa di loro consacrazione. Nel catalogo pertanto delle Chiese consacrate riportato nella Sinodo di Mons. Parravicino, ove nell’enimerarle si assegna il giorno in cui ciascuna è tenuta a celebrare la propria consacrazione, al n. 72, così si ha di Polistena “Eccl. Paroch. Santa Marinae in dicto Codice fol. 845. Sabato post festum Purificationis – Eccl. S. Cariaci ut in fol. 858, prima Domenica Aprilis – Eccl. S. Rochi fol. 858, Dominica secunda Februarii – Eccl. SS. Trinitatis fol. 859. a terg. Feria V. post festum S. Joachim – Eccl. S. Sebastiani 682; omnes  in curia ignorant diem; ideo designata fuit dies 30. augusti.” (Miletensis Synodus Cel. Ab Octavio Parravicino Episc. 1692 Messanae). Quante alle Chiese di S. Maria del Campo e Santa Maria della Catena, il Marafioti ci fa sapere che erano site in un campo oltre il fiume Vacale, e che nelle festività della prima costumavansi dal popolo i giochi della lotta e del corso, e che davansi ai vincitori larghissimi premi.
Scorcio di Polistena (Foto Carmelo Puleio)

martedì 23 maggio 2017

La fabbrica della Gassosa a Polistena "La Calabresetta"

Brevetto della fabbrica 
Il gassosaio era una delle professioni più frequenti all’inizio del Novecento, perché la gassosa, o “gazzosa”, era una delle poche bibite esistenti, a parte l’aranciata e, molto più tardi, il chinotto e alcune altre. Si trattava di un lavoro forse un po’ più “effervescente”, ma non meno impegnativo e faticoso di tanti altri. Antonio RUSSO a Polistena, rientrato dall'America, scelse questa attività, anziché un’altra, in modo del tutto casuale, come quasi sempre accade quando il mestiere non lo si eredita dalla famiglia.
lo Spot pubblicitario della Calabresetta 
Più che di una vera e propria fabbrica, l’azienda di Belnava & Russo era un piccolo laboratorio dotato di un saturatore, cioè una macchina per produrre acqua gassata, due imbottigliatrici, una per il seltz e una per la gazzosa e un gasometro per abbassare la pressione delle bombole; la denominazione fu loro imposta dal registro delle imprese per via della produzione meccanizzata dell’attività, tipica del sistema di fabbrica, anche se i tempi di lavoro continuavano ad essere regolati dall’uomo. La fabbrica "Calabresetta" entrò quindi nel registro dell’industria e solo nel ’60, col cambiare della normativa, passò all’albo delle imprese artigiane.
bottiglia del chinotto Calabresetta

Fare gli imprenditori, allora, era difficile quanto e più di oggi: erano necessari, per l’appunto, una certa inclinazione e spirito di iniziativa, un bel po’ di soldi da parte, che in genere si chiedevano in prestito a qualcuno di fiducia della famiglia per comprare il minimo indispensabile di attrezzatura; inoltre servivano coraggio, voglia di lavorare e, come in tutte le cose, un po’ di fortuna.
Il successo non fu affatto scontato – di gassosai a quel tempo, e fino agli anni ’30, La Calabresetta era stata una delle fabbriche del periodo, – ma Antonio RUSSO fu guidato da una passione vera, genuina, che gli diede la forza di attraversare la terribile crisi del ’29. La stessa genuinità che mise nella ricetta, tanto semplice quanto ricca di accorgimenti ancora gelosamente conservati dagli eredi che la resero negli anni così apprezzata


martedì 1 novembre 2016

Il Cimitero Comunale di Polistena e le Opere degli Artisti Polistenesi

Il Cimitero Comunale consta di due lotti, il primo ha origini lontanissime, mentre il secondo è stato realizzato di recente, edificato a fianco di quello originario.
Indubbiamente, la tipologia del Cimitero Comunale, ha un buon rapporto di servizio pubblico connesso all'esercizio del culto. 
Il Cristo (Opera di Michelangelo Parlato) altra copia è esposta nel battistero della Chiesa del SS. Rosario in Polistena,
Busto dello Scultore Michelangelo Parlato

L’Angelo (Opera di Marino Tigani) cemento anno 1923 
Bassorilievo Opera di F. Jerace nella Cappella Calcaterra

Il Cristo Opera di G. Renda nella cappella di famiglia

Tomba della famiglia – Opera di M. Tigani

Oltre alle caratteristiche funzionali, il Cimitero, assume quello di grande interesse monumentale, infatti, lungo il Viale centrale, e nelle vie dei poligoni, si possono ammirare diverse opere d’arte di grandi artisti Polistenesi.
Nella zona esterna, la sua sistemazione, negli ultimi decenni, ha cambiato fisionomia, , è stato modificato il Viale principale che dalla Strada provinciale per Melicucco, che si introduceva per il  Cimitero, per certi aspetti la scenografia era altamente suggestiva, il viale era addobbato con cipressi altissimi e la stradella in cemento con ai bordi i marciapiedi, oggi, con l’innesto della strada di grande comunicazione, il Cimitero è posto quasi nel centro del paese considerato che la vicina Cinquefrondi si è ampliata lungo il rione “Violelle” mentre il piazzale in parte si è mantenuto con qualche albero che opportunamente è stato salvato indicano un parziale Viale.
Elenchiamo alcune opere d’arte di famosissimi artisti locali che riteniamo di assoluto valore:
I genitori degli Artisti Jerace – Opera di F. Jerace 1920 nella Cappella di famiglia
L’ingresso del Cimitero principale è composto da tre cancelli di ferro e da quello centrale si incammina un lungo viale che attraversa il vecchio Cimitero con l’interno delimitato da poligoni funebri, in fondo al Viale  sono state erette n. 3 croci in calcestruzzo colorate ed illuminate da bianchi neon.
Busto di Pilogallo Opera di V. L. Jerace

Bassorilievo del Sac. Vincenzo Nesci  Opera di M. Tigani, collocata
Nella Cappella del Rosario

Volto di D’Agostino – Opera di V. L. Jerace
L’angelo sdraiato (Opera di Marino Tigani) cemento anno 1923 
I genitori degli Artisti Jerace – Opera di F. Jerace 1920 nella Cappella di famiglia

Nella mattinata del 2 Novembre, viene celebrata la Santa Messa con l’allestimento di un altare principale.
Il 2 Novembre Commemorazione dei Defunti nella tradizione locale in questo giorno, si fa visita ai propri cari e si percorre il Cimitero, si ripensa al passato, si coglie l’aria del presente e pian piano si scrutano le fotografie delle persone che ci anticipano nell’aldilà,  il 2 novembre, la memoria sovrana dell’intelletto, dischiude il suo scrigno, nell’abbraccio tra reale ed irreale, immanente e trascendente, umano e divino. La morte perde le sue sembianze ombrose, evanescenti, si veste d’eterno, ti consegna l’afflitto dell’anima, t’introduce nel tempio misterioso dell’aldilà, per un appuntamento d’amore, nell'apoteosi della Resurrezione. La memoria ti conduce al cimitero, dove sono sepolti i tuoi cari, si accendono i ceri e si depongono i fiori uno per uno, i crisantemi, le rose, i garofani, i tulipani, le margherite fresche di rugiada ricamando il messaggio bagnato di lacrime, grato di preghiere, profondo di riconoscenza, infinita, soave.
L’unione tra i vivi e i morti sancisce il legame dell’umana fratellanza, lungo i sentieri della pace. I sentieri che dovremmo percorrere senza stancarci mai
Nella mattinata viene celebrata la Santa Messa all’altare principale lungo il viale dove sono evidenziate le tre croci.
Carmelo Puleio@Copyright 

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