Francesco Jerace e le ombre dell’Ex Cimitero degli Inglesi di Napoli
«Credete di conoscere la vita.
Forse, in realtà, state solo guardando le pareti della tinozza».
I
versi di Spoon River sembrano risuonare con forza tra i viali dell’ex
Cimitero degli Inglesi di Napoli, oggi giardino pubblico incastonato
tra i palazzi del Borgo Sant’Antonio Abate. Un luogo che non è
soltanto spazio urbano recuperato, ma strato profondo di memoria,
dove arte, morte e storia continuano a dialogare sottovoce.
Nato nel 1826 come cimitero acattolico per la numerosa comunità britannica residente in città, il sepolcreto di Santa Maria della Fede fu pensato come un hortus conclusus: uno spazio chiuso, ordinato, quasi sospeso, lontano dal caos della Napoli ottocentesca. Qui trovarono sepoltura nobili, scienziati, artisti e viaggiatori stranieri che avevano scelto il capoluogo partenopeo come ultima dimora.
Tra le lapidi e i monumenti funerari — molti dei quali oggi perduti — emerge una presenza fondamentale: Francesco Jerace.
Jerace: la scultura come memoria civile
Scultore
calabrese, della sua amatissima POLISTENA (RC) di fama internazionale, Jerace fu uno dei protagonisti
della scultura tra Otto e Novecento. Nel Cimitero degli Inglesi la
sua mano lascia una traccia decisiva, soprattutto nel monumento
funerario dedicato a Mary Somerville, matematica e astronoma
scozzese, figura chiave della scienza moderna.
La
statua, realizzata nel 1876, colpisce per la sua sobria
monumentalità: Somerville è raffigurata a grandezza naturale,
composta, pensosa, lontana da ogni retorica celebrativa. Jerace
rinuncia all’enfasi per restituire dignità intellettuale,
silenziosa grandezza. Non è un caso che proprio questa scultura sia
una delle poche sopravvissute alle devastazioni successive: collocata
in posizione sopraelevata, è sfuggita ai saccheggi e all’abbandono
che hanno cancellato gran parte del sepolcreto.
In
quel marmo, Jerace non celebra solo una scienziata, ma l’idea
stessa di conoscenza, rendendo la tomba un monumento alla ragione,
alla ricerca, alla libertà di pensiero — valori profondamente
legati alla comunità protestante e straniera di Napoli.
Un
cimitero divorato dalla città
Chiuso
definitivamente nel 1893, con l’apertura del nuovo Cimitero degli
Inglesi alla Doganella, quello di Santa Maria della Fede venne
progressivamente inghiottito dallo sviluppo urbano. Il Risanamento,
le ruspe, i palazzi popolari: delle oltre 250 tombe originarie ne
rimasero appena nove. Il resto fu distrutto, rubato, smembrato.
Il
destino del luogo ha assunto i contorni di una vera e propria
maledizione urbana: monumenti vandalizzati, statue mutilate, sepolcri
trasformati in depositi di attrezzi. Un’agonia lunga decenni, fino
alla recente riapertura dell’area come giardino pubblico.
Eppure,
tra il verde ordinato e i giochi per bambini, le ombre
restano.
Jerace
come ultimo testimone
Oggi,
passeggiando nel parco, il monumento di Mary Somerville appare come
una sentinella del tempo. È una delle poche voci rimaste a
raccontare cosa fosse davvero questo luogo: non un semplice cimitero,
ma un crocevia internazionale di storie, saperi, esistenze fuori
norma.
In
questo senso, Francesco Jerace diventa qualcosa di più di uno
scultore: è un custode involontario della memoria, l’artista che —
forse senza saperlo — ha consegnato al futuro una traccia
resistente, capace di sopravvivere all’incuria e alla violenza
della città moderna.
A
Napoli, il passato non smette mai di parlare. Basta fermarsi,
guardare meglio, e ascoltare.
@ Carmelo PULEIO



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